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Luigi Pinto

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La mattina del 28 maggio 1974, a Brescia, lentamente si formano i concentramenti in piazzale Repubblica, porta Trento e piazza Garibaldi, luoghi dai quali muoverà il corteo antifascista per confluire in piazza della Loggia. Nessuno sa ancora che il 21, due giorni dopo la morte del neofascista Silvio Ferrari, e il 27, il giorno prima della manifestazione, sono pervenute alle redazioni di due quotidiani locali messaggi anonimi, così come ad alcune autorità, in cui si minacciano stragi e devastazioni imminenti. I giornali, d’accordo con la questura e il prefetto, non pubblicano la notizia “per non creare allarme”.
Il corteo che arriva in piazza della Loggia è “scortato” dalla pioggia incessante, non dal solito dispiegamento di forze di polizia – denunceranno successivamente i lavoratori – che solitamente accompagnava le manifestazioni politiche e sindacali, soprattutto in quei mesi in cui altissima era la tensione per la paura di provocazioni neofasciste. Non basta il clima che si è creato a Brescia nei primi mesi dell’anno per spingere la questura a rafforzare la vigilanza su una manifestazione pubblica che si prevede molto partecipata.
Non tutti i lavoratori hanno ancora raggiunto piazza della Loggia quando prende la parola il primo degli oratori previsti dal programma, Franco Castrezzati, a nome della federazione unitaria dei metalmeccanici. Ricorda, il sindacalista, il malessere della città per la lunga sequela di attentati e provocazioni fasciste. Ricorda la costituzione nata dalla Resistenza partigiana e dalla lotta di liberazione dal nazifascismo, che mette al bando la ricostituzione di partiti fascisti, “eppure Almirante siede in Parlamento, l’uomo che durante la nefasta Repubblica Sociale Italiana ordiva fucilazioni, e ordiva repressioni”. Castrezzati fa giusto in tempo a citare Milano, che alle 10.12 in punto un’esplosione devasta una colonna del loggione, sotto il quale si erano rifugiati centinaia di lavoratori per ripararsi dalla pioggia.
La bomba, con circa un chilo di tritolo, scoppia in un cestino dei rifiuti. Su quella colonna si era appoggiato Luigi Pinto. Morirà il primo giugno, a causa delle ferite riportate, la schiena dilaniata dalle schegge di marmo. Sul selciato restano i corpi martoriati dallo scoppio, il panico e la paura di un’altra imminente esplosione non evita che siano i lavoratori i primi a prestare soccorso ai feriti, a creare un cordone sul luogo dell’esplosione. Le vittime vengono coperte con le bandiere rosse e gli striscioni.

Luigi Pinto, foggiano, era iscritto al sindacato scuola della Cgil. Di famiglia proletaria, aveva lasciato la città d’origine subito dopo il diploma: fu operaio in uno zuccherificio, minatore in Sardegna, fino ai primi incarichi di insegnamento delle Applicazioni tecniche nella scuola media che lo portarono a Rovigo, poi a Ostiglia, infine a Siviano di Montisola, in provincia di Brescia.  Nel settembre del 1973 aveva sposato Ada, una compagna della scuola, anche lei militante comunista. Poco altro possiamo scrivere su una vita spezzata a 25 anni. Ma Luigi Pinto è vissuto nella memoria dei suoi cari. Luigi Pinto è vissuto nella memoria suoi scolari: saranno loro, negli anni successivi, a ricordare la sua straordinaria capacità pedagogica, la naturale inclinazione a operare tra i più giovani, a stimolarli con la felicità dell’invenzione.

(fonte http://partizan.ilcannocchiale.it/)