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Curiosità sugli scagliozzi

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Quando si rischiò di perdere gli “scagliozzi”

 Ragazzo che vende gli scagliozzi (foto inviata da Libreria Stella)


Ragazzo che vende gli scagliozzi (foto inviata da Libreria Stella)

Oltre un secolo fa veniva dato alle stampe un libello anonimo, «Posta fata resurgo», attribuito al canonico Filippo Bellizzi, singolare figura di sacerdote foggiano, che amava firmare i suoi scritti come «dialettologo foggiano». Questo volume, pubblicato nel 1894, raccoglie varie considerazioni a difesa del dialetto foggiano da parte del canonico Bellizzi, che era stato criticato su alcuni giornali locali, come «L’Aurora», con diverse provocazioni sulla sua presunta qualifica di dialettologo. Bellizzi, in questo testo del 1894, pubblicherà alcune sue poesie ed aneddoti in risposta alle critiche avute, ma sarebbe morto prematuramente solo quattro anni dopo, lasciando sospesa anche la causa di beatificazione di don Antonio Silvestri, che il vescovo monsignor Carlo Mola gli aveva affidato.

Tra gli aneddoti più interessanti veniamo a conoscenza che nell’Ottocento, un assessore foggiano incaricato della «pulizia urbana» , ovvero della volgare «munezza», tentò di elevare il suo incarico con una impopolare ordinanza che ordinava ai venditori di scagliozzi, le tipiche fettine triangolari di polenta fritta, di chiamarle «frittelle» e non più con il loro tradizionale nome. La voce popolare e gli scritti del Bellizzi ebbero, però, il sopravvento e lo storico nome degli scagliozzi restò tale, nonostante «l’assessore di pulizia urbana» avesse anche previsto «una multa se i venditori avessero osato pronunziare la voce pretta paesana di scagghiùzze» ma, come scrive nel 1894 lo stesso canonico: «ora i nostri scagghiùzzàre possono impunemente pronunziare l’esecranda parola». 

Il nostro Filippo Bellizzi, salvatore della tradizione, riporta nella pubblicazione anche una piccola poesia sugli scagliozzi, riferito ai giovani che un tempo vendevano questa prelibatezza foggiana per le strade della città: «E li guaglione scagghiùzzàre, / C’ la cesta sott’accummugghià – te / C’ nu cappotte spurtusàte, / Pe ttutt’ li stràde lucculejne: / Frittelle caavete! / Scaggiuuùozze! / Guè cumo vooò / Scagghiùozze cavte caaavete! / Ghesci‘ o fuuumo! / Strapiiizze!». Almeno fino agli anni Sessanta del secolo scorso, i garzoni delle friggitorie di scagliozzi andavano in giro con un cappotto spurtusàte, aperto, per meglio trasportare un contenitore di latta agganciato ad una cinghia, ove si mantenevano caldi gli scagliozzi; mentre in una sacca dello stesso cappotto portavano una saliera, anch’essa di latta, per insaporire i loro prodotti.Questi triangoli o trapezi, a seconda del taglio dato, sono infine sopravvissuti ed oggi, nonostante debbano combattere con le patatine fritte, riescono a conquistare una fetta del nostro gusto e della nostra tradizione.

Del resto, lo stesso titolo del volume attribuito al canonico Filippo Bellizzi «Posta fata resurgo», ovvero: dopo la morte torno ad alzarmi, in questo caso, invece di impressionarci, ha saputo tramandare e far rivivere un’antica tradizione che ancora oggi resiste nel variegato mondo della cucina foggiana.