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don Mimì Rosa Rosa

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don Mimì Rosa Rosa

don Mimì Rosa Rosa

Nato a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli l’8 agosto del 1922, primo di 5 fratelli, ha intrapreso gli studi di medicina interrotti dalla guerra poco prima di dare la tesi di laurea. Ha combattuto come ufficiale carrista ed è stato prigioniero nel campo di concentramento di Dachau dove ha assistito a mostruosità inenarrabili che hanno formato il suo carattere. Riuscì a scappare e a tornare in Italia insieme a due dei suoi fratelli. Nell’immediato dopoguerra con la necessità di ricostruire, scarseggiava il legname e così si recò in Calabria, acquistò dal demanio il diritto di disboscare una montagna e diede lavoro a circa 500 persone per tre anni vivendo una vita priva di ogni confort insieme ai suoi tagliaboschi. In quegli anni conobbe una donna che avrebbe poi sposata, figlia della farmacista del paese più vicino nel quale si recava per acquistare i medicinali per gli uomini della montagna.
Il porto di Napoli all’epoca era ancora inagibile e per trasferire il legname via mare scelse Manfredonia dove aprì un deposito, e in seguito Foggia, dove si trasferì mentre i suoi fratelli si occuparono delle sedi di Manfredonia, Castellammare di Stabia e Napoli.

E veniamo a Foggia.

IL CALCIO:

Festa per la promozione in A

Festa per la promozione in A

L'impresa del Foggia di Rosa Rosa

L’impresa del Foggia di Rosa Rosa

Il 4 novembre del 1961 Rosa Rosa diventa Presidente dell’Unione Sportiva Foggia, che militava malamente in serie C . Quello che fu capace di fare con la squadra non ha precedenti e uguali nella storia del calcio. In soli tre anni, portò il Foggia per la prima volta in serie A, mandò i suoi giocatori in nazionale dove Nocera segnò anche un goal, battè l’allora più importante squadra europea, l’Inter di Helenio Herrera il 31 gennaio nel 1965 3 a 2 e soprattutto creò le tribune, allora inesistenti, e il campo erboso. C’è anche da dire che all’epoca il Foggia era l’unica squadra di serie A del Sud Italia e a Foggia venivano da molte regioni meridionali per vedere disputare partite di serie A. Ma è la storia non scritta, quella che vale di più. Conoscendo quanto può essere breve e illusoria la storia di un calciatore e la naturale tendenza a vivere al di sopra dei suoi mezzi, creò all’insaputa di alcuni di loro, spesso foggiani meno abbienti, dei libretti a risparmio che consegnò loro a fine carriera perché potessero intraprendere una piccola attività commerciale o comprarsi casa. Chi lo avrebbe fatto se non lui? Quando si dimise da Presidente del Foggia, lo fece lasciando una buona riserva di denaro in cassa, una squadra di proprietà, nessun debito, e una posizione di tutto rispetto in serie A.

IL COMMERCIO:
Lasciato il Foggia, alla fine degli anni 60, don Mimì diventa Presidente dell’Unione Commercianti e crea una bella sede in via Arpi, offrendo per la prima volta a costi contenuti, servizi ed assistenza contabile e fiscale ai piccoli commercianti e agli ambulanti che non potevano permettersi di pagare dei commercialisti professionisti.

COMMISSARIO GOVERNATIVO ISTITUTO INCREMENTO IPPICO:

La sua passione per i cavalli

La sua passione per i cavalli

Agli inizi degli anni 70 viene nominato commissario dell’Istituto incremento ippico, crea una scuola di Equitazione, incrementa la riproduzione e la salvaguardia della razza murgese, restaura le stalle in disfacimento, realizza un progetto per rilanciare la struttura, riaprire l’ippodromo e avere corse in diurna e notturna. Il progetto sarebbe stato a costo zero, completamente finanziato, e avrebbe creato indotto e posti di lavoro. Ma la politica ha altre mire per quei terreni e alla fine decide di dimettersi non accettando compromessi di sorta.

E’ promotore della CONFCOMMERCIO e ne diviene presidente dal 1970 fino al 1982 quando decide che è giusto un ricambio generazionale e propone Albertino Cicolella che comunque insiste affinchè don Mimì resti componente della Giunta.

Nel 1974, crea LA COFIDI di Foggia, una Società Cooperativa di Garanzia Fidi basata sui principi mutualistici e senza fini di lucro che associa piccole e medie imprese per avere accesso facilitato al credito bancario attraverso la concessione di garanzie che arrivano fino all’80% del finanziamento necessario.

Nel 1983 viene eletto consigliere e membro della Giunta della Camera di Commercio. Nel 1996 realizza un progetto cofinanziato dalla Unione Europea, attraverso il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e dal Ministero delle Attività Produttive finanziamento e crea il LACHIMER (laboratorio chimico meridionale) una Azienda speciale della Camera di Commercio di Foggia, che svolge la sua attività senza fini di lucro.
E’ da ricordare che negli anni della Giunta Cicolella, Rosa Rosa, Ciletti, Croce ecc. la Camera di Commercio aveva accumulato e lasciato in riserva per gli scopi dell’ente, un patrimonio liquido consistente di circa quindici miliardi di lire. Caso più unico che raro di ente che non sperperava.

Agli inizi degli anni 90 viene nominato consigliere di amministrazione della FONDAZIONE DEL BANCO DI NAPOLI dove resta fino al 2001. La fondazione, che gestisce il patrimonio del Banco di Napoli, è senza scopo di lucro e ha scopi filantropici. L’impegno di don Mimì è stato soprattutto finalizzato a dotare di ambulanze i piccoli centri distanti da ospedali e pronti soccorso, promuovendo anche finanziamenti per ricerca medica e scientifica.

Dal 1992 sino al giorno della sua morte, il 7 giugno del 2005, è stato consigliere anziano e membro della giunta e del comitato ristretto della Banca del Monte. Il suo ruolo è stato determinante per la salvaguardia e il rilancio di numerose aziende in difficoltà e per l’apertura di nuove. Un criterio che ora non esiste più in nessuna banca del mondo. Questa cosa potrebbe essere confermata da tantissima gente.

E’ stato tra i fondatori del Consorzio per l’Università di Foggia ed è grazie a quell’idea e a quelli sforzi che oggi abbiamo una università a Foggia.

Una cosa che pochi sanno, è che la Gazzetta del Mezzogiorno era di proprietà della Meridiana a sua volta di proprietà del Banco di Napoli. L’azienda era “fittata” a un gruppo di editori baresi che in estrema difficoltà, erano sull’orlo del fallimento. Rosa Rosa, grazie alla sua funzione di amministratore del Banco di Napoli e con l’aiuto di Albertino Cicolella, riuscì a cavallo tra gli anni 80 e 90, ad evitare il fallimento e a permettere il salvataggio della storica testata e dei numerosi posti di lavoro.

Il giorno del suo matrimonio

Il giorno del suo matrimonio

Ha sempre cercato di fare e creare cose senza finalità di lucro e dagli incarichi che ha coperto quasi mai ha percepito gettoni di presenza e quando li ha percepiti erano veramente poca cosa. Alla Banca del Monte ha fatto cose inimmaginabili ed ha sempre trovato il modo di aiutare chiunque. Lui era tenuto a stare in manca un solo giorno a settimana ma ci andava tutti i santi giorni (gratis): la sua continua e costante presenza dava quasi l’impressione che fosse lui il  direttore/amministratore. Basterebbe chiedere ai dipendenti che se lo ricordano bene e che ne parlano come un padre affettuoso.

Il 7 giugno del 2005 si sentì male proprio in banca dove perse i sensi; trasportato in ospedale morì subito dopo durante un disperato tentativo di intervento chirurgico.

“Se dovessi, come devo, raccontare a chi non l’ha conosciuto chi era mio padre, comincerei con la sua dote migliore, era un buon padre. Questo potrebbe lasciare indifferenti perché i buoni padri sono tanti, quasi la maggioranza, ma mio padre era un padre speciale perché era il padre di chiunque avesse bisogno di aiuto. E accanto a lui ti sentivi, protetto, guidato, non ti abbandonava mai, chiunque tu fossi. Era un uomo saggio, schivo, modesto, che non amava mettersi in mostra, un uomo fattivo, costruttivo, saggio, prudente. Soprattutto un uomo disponibile, onesto e leale. Un uomo che non si è mai arricchito e che ha sempre cercato di creare i presupposti perché la ricchezza fosse un bene condiviso. Le sue non sono gesta “epiche” ma gesti quotidiani. Di lui potrebbero meglio parlare le migliaia di persone che hanno avuto modo di conoscerlo. Una biografia non renderà mai l’idea di chi fosse mio padre

Gioacchino Rosa Rosa

Questo un ulteriore contributo del figlio postato nell’ottobre 2016 su Facebook:

Mio padre aveva un deposito di legnami e materiali da costruzioni a porta Manfredonia dove ora c’è il comando dei Vigili Urbani. Negli anni 70 e 80, una volta al mese, passava da mio padre con un sacco modello “befana” Umberto, un venditore porta a porta napoletano che si diceva fosse un “contrabbandiere”. Lo vedevamo da lontano percorrere a piedi il piazzale dal cancello, con l’andatura stanca di chi si trascina un peso a lungo. Mio padre lo riceveva sempre e lo trattava come se fosse stato un fornitore dell’azienda. Umberto vendeva soprattutto accendini di metallo e orologi, bruttissimi orologi. Ricordo dei casio digitali di plastica nera che avrebbero fatto inorridire chiunque. Mio padre comprava sempre qualcosa e non trattava sul prezzo. Sapeva benissimo che Umberto lo fregava, ne era perfettamente consapevole, ma acquistava sempre. Quando Umberto andava via io gli chiedevo sempre perché lo aveva fatto e lui rispondeva: “vedi Giacchì, io oggi non ho preso una fregatura, ho fatto un affare: ho acquistato per poche migliaia di lire la gratificazione personale di un uomo, non il suo orologio.” Ero giovane, non capivo che mio padre preferiva passar per fesso per dare soddisfazione a una persona che di soddisfazioni ne aveva ben poche.