Browse By

Etimologia di parole e detti foggiani

3 likes
CONDIVIDIShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn
Con qualche certezza e un po’ di fantasia ci si può divertire a rintracciare a volte l’etimo, altre la derivazione o l’origine di parole e detti dialettali. Per questo il mio invito è rivolto a tutti coloro che hanno possibilità e voglia di collaborare a questa “rubrica”, certo che il nostro anfitrione, Alberto Mangano, saprà darle colore e calore.
(Raffaele De Seneen)
Sfùnneche: di persona ingorda nel mangiare, insaziabile si usa dire: “E chè tìne u’ sfùnneche!!”, oppure: “Quìste tène u’ sfùnneche!”. Il termine deriva dalla parola “fondaco”, locale al piano stradale, sicuramente molto grande e profondo dove ai tempi della transumanza veniva immagazzinata la lana dei pastori abbruzzesi e molisani in attesa di essere venduta. I pesatori di lana delle “Paranze”, dopo aver pesato il prodotto e registrato ogni elemento per individuare il proprietario, procedevano alla “infondacazione”, all’introduzione, allo stoccaggio della lana, così come con altra operazione detta “sfondacazione” la estraevano, portandola fuori al momento della vendita.
I fondaci potevano essere di proprietà o venivano presi in fitto, e negli stessi veniva stoccata la lana di più produttori. Erano così importanti, che in epoche lontane costituivano parte della toponomastica cittadina, erano dei punti di riferimento certi e conosciuti insomma. Di solito si parla di “fondaci lamiati”, in quanto per la loro grandezza, la copertura veniva fatta con l’ausilio di “lamie di ferro”, tipo di grossi binari per treni,  che ne costituivano l’ordito principale  e consentivano la costruzione e la sopraelevazione dell’abitazione del proprietario.
Di fondaci lamiati ce ne sono ancora a Foggia in Via Giardino, che ricade in un quartiere nato intorno al 1842 con la chiesa di S. Stefano.
A proposito di appetito insaziabile si usa dire anche: “E’ mègghije a fàrte fà ‘nu bèlle vestìte che ‘na magnàte!”, oppure: “E chè tìne, ‘a cialànghe!”

Recchijetèlle: la nostra tipica e buona pasta fatta in casa prende il nome dalla sua forma di piccola orecchia. La sua “morte” è al ragù  di braciole (involtini) di cavallo

Pezzarèlle: anche questa una pasta alimentare fatta in casa, ma al contrario della “recchijetèlla” che si incava con la punta di un coltello aiutandosi con le dita, questa resta piatta, ha la forma di una vecchia dieci lire. Il bordino che la circonda e la rugosità della superficie fanno pensare ad una piccola “pizza”. Adatta con le verdure di campagna (spontanee) cotte.

Strascenàte: in questo caso il pezzo di pasta viene “trascinato” sul piano di lavoro, asse di legno, con due o tre dita, restando incavato e leggermente accartocciato. Anche questo tipo di pasta si sposa bene con le verdure di campo, o le cime di rapa, ma nei periodi più freddi viene condita con un ragù di carne di maiale, le tipiche ‘ndracchie, le costole

Cecatìlle: questa volta si usa un solo dito, il pezzetto di pasta che si lavora, viene più fortemente incavato, quasi a chiudersi dando l’impressone di un occhio chiuso, che non vede, “cieco” insomma. Buone con i fagioli

Ponta d’àghe: questa pasta da brodo, se mai impastata con le uova,  non la fa più nessuno. Il pezzetto di pasta che si utilizza è poco più grande di un chicco di riso, viene abilmente rigirato fra pollice ed indice così da creargli alle estremità come delle “punte di ago”

‘U cichele da pàste: è il lungo “cilindro” di pasta ottenuto abilmente dalle mani della massaia-casalinga da cui staccare i pezzi di diversa grandezza ed ottenere i vari tipi di pasta

Acuràle: Piccolo contenitore, di solito cilindrico, per conservare gli “aghi”

Quaratìne: Negozio di generi alimentari. I primi a Foggia furono aperti da gente proveniente da Corato, perciò coratini, per la vendita soprattutto di formaggio

Chianghìre: Macellaio, in altri tempi le carni venivano lavorate ed esposte su una chianga, una pietra

Chianga: Negozio di macelleria

Farnàre: Setaccio per “farina”

Setèlle: Setaccio più piccolo per farina, di uso casalingo, la farina veniva passata attraverso una fitta trama di “seta”

Jungiàre: Lavoravano il “giunco” per confezionare cesti, canestre, e “fiscelle” dove veniva depositato il formaggio appena cagliato per prendere forma ed asciugare

Scupàre: Costruivano “scope” di vari tipi. A Foggia esisteva una Via Scopari, l’intero quartiere fu abbattuto, bonificato e ricostruito durante il ventennio fascista, corrisponde all’attuale Via Dante.

Staièlle: Pezzo, o meglio “stecca” di legno. Soprannome o epiteto attribuito a donna molto magra: “Tène ‘i gàmme còme a dòije staièlle!”

Cùtre: “Coperta” contenente uno strato di lana, la genesi dell’attuale piumone, detta anche “mullettòne”

Cutràre: Lavoratrice addetta alla confezioni di “cutre”

Capellère: Antesignana della parrucchiera, tagliava e metteva in forma i “capelli” alle donne

Pelucchère: Esperta in parrucche. Forse un francesismo, da perruque, parrucca

Pelùcche: Parrucca

Aìne: Agnello

Sfussatòre: Lavoratore addetto al riempimento e svuotamento delle “fosse” del grano. Nel vasto Piano delle Fosse, che in origine si estendeva dalla Chiesa di S. Eligio all’attuale Via S. Maria della Neve. Alla fine della Seconda guerra mondiale se ne contavano ancora 909. Il lavoratore che scendeva in fondo alla fossa per riempire i secchi di grano era detto “vasciaiuolo”. Vi erano due Compagnie di sfossatori, quella di S. Stefano e quella di S. Rocco

Marenìse: Erano i braccianti agricoli provenienti dalle zone  a sud della Capitanata, paesi bagnati dal “mare”

Zannìre: Braccianti agricoli, mietitori, che migravano nel Tavoliere per il periodo della mietitura del grano. In file più o meno lunghe percorrevano a piedi le strade, portando inserite sul retro, nella cintola dei pantaloni, due falcetti le cui punte sporgevano lateralmente come due “zanne” di animale

Arrengà: Da “mettere in riga”, come fa la donna di casa quando fa le orecchiette, disponendole in lunghe file dritte sul fondo della spianatoia: “Arrengà i recchijetèlle”

Seggiàre: Impagliatore di “sedie”

Acquarùle: Venditore di “acqua”, con carro e botti

Abbufacchijàte: Si dice di persona corpulenta, grossa, da “bufo”, tipo di rospo

Taratùre: Cassetto, “tiretto”

Cuppìne: Mestolo, il termine dialettale ha origine dalla sua forma terminale a “coppa”

Mùpe: Persona “sordomuta”

Molaforbece: Arrotino che su “mola” girevole montata su una specie di carrettino rifà il filo a “forbici”, coltelli, ecc.

Favùgne: Dal vento “Favonio”

Sanguètte: Mignatta, “sanguisuga”. Si catturavano entrando a gambe nude, dove si attaccavano,  in zone paludose, acquitrinose; poi staccate venivano conservate in un barattolo ed utilizzate per piccoli salassi, mettendole direttamente a contatto con le  parti del corpo interessate del malato. Si pensava che facendo venire fuori del sangue, con esso venivano via anche gli umori maligni.

Lampiunàre: Aveva per mestiere il compito di accendere i “lampioni” della città (ad olio, poi a gas) all’imbrunire, e poi spegnerli all’alba

Sc’kuppètte: Vecchio fucile da caccia, termine che deriva dal rumore di “scoppio” che si produce al momento dello sparo. Era usato anche come soprannome per validi ed esperti cacciatori

Ceròggene: Da “cera” per indicare ceri, candele e lumini

Stepòne: Armadio, a volte a muro, utilizzato per “stipare” alimenti o altri oggetti casalinghi. Usato anche come soprannome nei confronti di  persone alte, grosse e corpulente.

Ferracavàlle: Maniscalco, metteva i “ferri” agli zoccoli dei “cavalli”

Sc’kattamùrte: Becchino. Probabilmente in tempi abbondantemente passati, povertà, pestilenze e carenza di legname comportavano al becchino alcune pratiche per costringere il cadavere del “morto” nella cassa, o introdurne più di uno

Chemò: Comò, cassettone, francesismo da “commode”

Crudìvele: Si dice di legume che stenta a cuocersi, e quindi anche alla fine della cottura resta resta piuttosto “crudo”. Si usa nei confronti di persone crudeli, dal cuore duro

Appecciatòre: Pezzetti e stecchetti di legno secco utilizzati come esca per “accendere” un fuoco di legna

Scerbatùre: E’ l’operazione con cui si estirpava a mano “l’erba” infestante dai campi di grano. Eseguita prevalentemente da donne e ragazzi. Tipica erba infestante era la “pungende” che terminava con foglie a “punta”

Struculatùre: Asse di legno con scanalature orizzontali utilizzato per  “sfregare” i panni durante il lavaggio a mano. Quando l’apice delle scanalature si consumava, l’attrezzo veniva portato dal falegname per rifare i “denti”

Sfraganà: Dal greco “sfraghis”, segnare fortemente. Nel nostro dialetto indica il rompere, o il rompersi, di qualcosa con fragore e violenza. Una tipica minaccia nostrana è infatti: “T’agghija sfraganà!”

Buàtte: Scatola, di solito cilindrica, di stagno per contenere pomodori, salsa o legumi. Francesismo, da “boite”. ” ‘Nu buàtte de pummadòre”, ma anche ” ‘Na buàtte de pummadòre”

Abbunàte: Persona alla “buona”

Accapezzà: Da mettere la “cavezza” al cavallo, nel senso di oridnare le idee

Allambanùte: Dicesi di persona alta e un po’ curva come un “lampione”

Allazzeriàte: Anche “lazzeriàte”, rovinato, con il viso o le membra graffiate come “San Lazzaro”

Bimbalò: Altalena, la parola sembra voler esprimere in un tutt’uno i tre movimenti-azioni dell’attrezzo: “bim” l’altalena che va in avanti, “ba” che torna e “lò” la spinta per riprendere il moto

Celizzije: Tortura, dolori acuti, da “cilicio”

Ciàvele: Termine onomatopeico che indica il “cia – cia” della gazza, detta anche “cola-còle”

Tulètte: Dal francese “toilette “, indica un abbigliamento elegante: “E che tulètte che t’è fàtte!”, oppure un mobile a specchio usato dalle donne per truccarsi

Gallenàre: Pollaio, da “gallina”

Palummàre: Colombaia, da “palùmme”, colombo, detto anche “pecciòne” termine usato per indicare una bella donna: “Che bèlle pecciòne de femmene!!”, o in senso dispregiativo e provocante: “O’ pecciòne de màmmete!!”

 – Stecchiòne: Si dice di persona alta, lunga come una “stecca”

Ammenazzà: Incitare il cavallo a un passo più veloce, “minacciare”

Ammussà: Imbronciarsi, tenere il “muso”

Scurzìme: Frutta secca: noci, nocciole, arachidi dalla “scorza” dura

‘Nzerràte: Chiuso dentro, “serrato”

‘Ngrugnàte: Immusonito tanto da avere l’aspetto del “grugno”  del maiale

Lòpe: Fame da “lupi”

Grattacàse: Grattugia per il “cacio”

‘Nghiummàte: Appesantito come il “piombo”. Tipico modo di dire: “Tènghe u’ stòmeche ‘nghiummàte!”

Cafòne: Persona dedita ai lavori campestri; in seguito il termine è stato usato in maniera dispregiativa per indicare persona ineducata, poco colta. Il plurale del termine dialettale é “Cafùne”, che fa pensare a due diverse origini. Da “Kalfun”, un berbero con gente armata di passaggio dalle nostre parti, oppure si rimanda all’ipotesi che vede i nostri vecchi popolani, sotto il regno Borbonico, recarsi a Napoli allora capitale, città grande e dispersiva, che per paura di smarrirsi procedevano per le vie della città in fila indiana, legati da una corda,”fune”, uno all’altro. Così che venivano indicati e dileggiati da quelli del posto con frasi del tipo: “Vedi, quelli con la fune!”, quindi ” Ca’ – fùne ” (Con fune)

Pretafaìlle: Pietra focaia, “faìlle” sta per scintilla, fuoco in francese è “feu”

Portanfànne: Lo usavano le mamme per i neonati, specie di cuscino-sacca, grosso guanciale, in francese “porte-enfant”

– ‘Ndrunà: Intronare, rumori di “tuono”

‘U cìle a stèlle a stèlle: Un vecchio indovinello da serata d’inverno, in casa. Rivolgendosi ai più piccoli si poneva la domanda: ” ‘U cìle a stèlle a stèlle!!??”. La risposta immediata e corale era: ” ‘A pèzze ‘u cèsse!!”. Si perchè, prima dei “dieci piani di morbidezza”, o di quella “a doppio velo”, e ancor prima della carta del giornale, si usava, per certe pulizie,  un unico straccio per tutta la famiglia, finchè lo straccio (pezza) non aveva più posti dove depositare le “stelle”

‘A calàte ‘i metetùre: Quando calano (scendono, arrivano) i mietirori. Quasi un avviso di pericolo da usarsi in ogni circostanza, ma che riportava al ricordo del fenomeno della forte migrazione di braccianti agricoli (mietitori di grano) nel Tavoliere all’epoca, appunto, della mietitura. Arrivavano dal sud della Puglia, i “marenìse”, e dal subappennino dauno, e da altre regioni Abruzzo, Molise, Marche. Un fenomeno che coinvolgeva 10-20mila lavoratori, che per la ricettività dell’epoca (ma anche ora stiamo messi male), creavano alcuni problemi. Finchè non trovavano lavoro nelle campagne, dormivano per le strade della città, sui marciapiedi. Era comunque gente che veniva da fuori, non conosciuta, e probabilmente, come capita sempre ed ovunque, c’era qualcuno con comportamenti non condivisibili.

– Frustìre: Non è il costruttore o utilizzatore della frusta, bensì il “forestiero”

Sciarabbàlle: Pure se permane l’idea di un francesismo, da “char-a-bancs”, questa nostra carrozza, biroccio o calesse non trova corrispondenza nel veicolo che così era chiamato in Francia. Infatti le informazioni fornite da un esperto in materia, Franco Troiano, amico caro, funzionario dell’Istituto Regionale di Incremento Ippico di Foggia (I Cavalli Stalloni) ci dicono dello char-a-bancs: “Era questo un carro a quattro ruote molto in voga a partire dal 1830 in Francia che si diffuse nel resto d’Europa e quindi in Italia; con panche (tre o addirittura quattro) poste trasversalmente, una dietro l’altra, per i passeggeri, munite di schienale, con una cassa situata nella parte posteriore del mezzo, in cui prendevano posto i cani. Questo veicolo veniva utilizzato soprattutto per le passeggiate in campagna. Questa carrozza a quattro ruote ebbe molto successo  che molte furono costruite sullo stesso genere. Pertanto il char-a-bancs come tipologia (aspetto, dimensioni, numero delle ruote), non ha niente a che vedere con lo sciarabbàlle, un veicolo leggero, a due ruote, con o senza mantice.

Considerazioni etimologiche inviate da Roberto Nardella:

PURTAGALL’ : ho notato per puro caso (maneggiando una confezione di succo d’arancia) che in greco moderno “Arancia” si dice “Portokali”. Ho cercato su internet l’etimologia di “Purtagall” e non ho trovato nulla, solo una discussione in un blog in cui si fa risalire questa parola al libanese “Bortokal”, o qualcosa di simile. Premetto che non sono un glottologo (magari la verita’ e’ tutt’altra), ma io penso che la derivazione sia greca (sto tirando ad indovinare, questo mi sa che e’ un vero dilemma anche per storici e linguisti). Poi, Portokali mi sembra foneticamente piu’ vicino al nostro Purtagall’….

VUTTA’: questo invece l’ho trovato su un vecchio dizionario di Greco Classico. Dovrebbe derivare dal greco arcaico “Oteo”, che significa “spingere”. L’ omega iniziale ha una “elisione” che indica la caduta del “Digamma”, vale a dire la lettera “V” del greco arcaico. Quindi, antichissimamente, in greco arcaico “io spingo” si diceva “VOTEO”….

SCATENA: ho semplicemente cercato la parola “pettine” sul dizionario di Google, da Italiano a Greco. Il risultato e’ “Htena” (scritto con il “Chi” iniziale). Scritta cosi’ com’e’, e secondo la pronuncia insegnata al liceo, si dovrebbe pronunciare “Ktena”, ma un collega greco mi dice che quella consonante iniziale (Chi) si pronuncia oggi come una “H” fortemente aspirata, quindi “Htena”…

TAVUT: un po’ dovunque, su internet, e’ scritto che deriva dall’arabo “Tabut”. Una delle guardie della banca dove lavoro, di nazionalita’ egiziana, dice che nel suo arabo (Masri), “Tomba” si dice proprio “Tavut”….Pero’ sempre da Google vedo che in greco “Tomba” si dice “Tafos”. Volgendo al genitivo, “Tafos” diventa “Tafu”, che somiglia a “Tavut”….

ZINGRIAMINT’ – ZINGRIA’ : deriva dal greco “Syn” (insieme) e “Krino” (giudicare), cosa che difatti si fa quando si spettegola…. Anche in questo caso il suggerimento viene dal napoletano. Infatti, “Addecria’ ” (altro verbo in comune con il foggiano), in alcuni vocabolari di dialetto napoletano e’ riportato come forma piu’ moderna del verbo “Addecrina’ “.
“Zingria’ ” potrebbe anche derivare, piu’ semplicemente, da “Syn” + il latino “creare”, anche se effettivamente il verbo “giudicare” rende meglio l’idea….

Poi, su siti di etimologia di parole napoletane, ho riscontrato che tante parole che il dialetto foggiano condivide col napoletano (Caccavell’, Chiachill’, etc. etc.) sono quasi tutte parole di origine greca (ma queste le avremo acquisite in tempo borbonico dai napoletani e non direttamente dai greci ).