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Giuseppe Tannoia

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Giuseppe Tannoia

Giuseppe Tannoia

Quella che segue è la trascrizione del diario che il soldato Tannoia Giuseppe scrisse poco prima della sua liberazione, all’indomani dell’armistizio, su sollecitazione di altri prigionieri. Dal foglio di congedo militare, sotto riportato, si rileva che  egli venne messo in congedo il 18 settembre 1945. Un particolare: il foglio di congedo è stato rilasciato a  San Severo, dove era ancora “sfollato” il nostro distretto militare.

Il soldato Tannoia Giuseppe venne ricoverato nell’ospedale militare di Niedermarsberg dal 13 al 31 gennaio 1944 a seguito di una ferita ( si veda l’allegato certificato) . Il suo diario lo scrisse sul libretto personale rilasciato a tutti i soldati che partivano per la guerra, ed aveva l’intestazione “Ospedale di Campo nr 485”  E’ scritto in un buon italiano; a  tratti persino forbito nel parlare, se consideriamo che il signor Giuseppe aveva le scuole elementari che già all’epoca erano un buon traguardo, ed esercitava il mestiere di barbiere, per cui aveva avuto di parlare e ascoltare molte persone. Fu prigioniero in Germania  in uno Stalag, (nr 45), (termine utilizzato per indicare i campi di prigionia tedeschi per prigionieri di guerra, non civili  e, in genere riservate ai militari di truppa).

Il diario è un insieme di sentimenti diversi e  di descrizione della dura realtà in cui si trovavano questi prigionieri; si coglie l’ansia ; qualche paura e la speranza, nell’approssimarsi dell’8 settembre e della vigilia della liberazione. Ma, soprattutto, traspare la nostalgia e il  ricordo della famiglia lontana che dava i qualche modo la forza di andare avanti.

La trascrizione è fedelmente riportata, senza alcuna correzione o aggiunta.

Al termine della trascrizione, troverete le pagine originali del diario e una serie di documenti provenienti dal campo di prigionia , di attestati di ricovero nell’ospedale militare per ferita da guerra e altri interessanti documenti.

…..“Feriti un diario di una fase della nostra prigionia mi fu detto un giorno da diversi amici da veri camerati di sventura se così si possono chiamare questi cari ragazzi. E’ un compito difficile difficile si, ma, non inferiore alla mia capacità. Mi fu detto scrivere qualcosa; non siamo esigenti, scrivere qualcosa  da poter conservare e poter leggere nei giorni migliori nei giorni quando saremo sei Dio vuole ciascuno di noi unito alla propria famiglia. Questo compito non è superiore  alla mia capacità perché sono sicuro che qualcosa uscirà, buona o cattiva; mi son detto mi proverò, fin che vivo in questo ambiente sapendo che queste righe non passano i reticolati dove se ne sono viste veramente di belle e  dove continuano cose  veramente eccezionali che meriterebbero veramente di essere scritte con più ampiezza, l’idea non mi dispiace. Una fase della nostra prigionia e precisamente alla vigilia della nostra libertà. E’ superfluo incominciare dal primo giorno poiché  in tal modo uscirebbe un vasto libro di tristi avventure; secondariamente chi oramai ricorda con mente limpida i tristissimi giorni passati? Tutti sappiamo il triste risveglio: i reticolati i tavolacci sporchi e scomodi dove eravamo buttati come bestie, le cimici i pidocchi, dopo aver passato il soffribile nel viaggio verso la  maledetta prigionia in carri bestiame chiusi come sardelle  in barile, il freddo, la fame. Dove la prigionia  o sempre creduto ma mai a questo punto. Dall’un campo improvvisamente venni separato dagli amici più cari e sbattuti in un’altra di già lungo peggiore del primo, non le baracche ma qui tendoni in mezzo il fango dove anche la stagione pessima cooperava per aiutare questi nostri nervi già tanto scossi. Chi osa negare  che l’uomo non è  la macchina più perfetta  che sia stata inventata  non ha conoscenza  di quella che è la vita. Poveri nervi nostri povero spirito povera nostra giovinezza  destinata a sfiorire cosi lentamente nei campi di disagi. Povere mamme nostre povere spose che piangete per guarire la nostra dura sorte, voi che ci avete visti passare giorni belli accanto a voi,  voi mamme voi spose che conoscete i nostri difetti ed i nostri pregi non piangete, l’uomo il ragazzo che tanto amavate è accanto a voi mantenendo ancora intatta la mente e i cuore per condurlo dopo tante dure prove a voi mamme a voi spose che potrete con sincerità affermare che il vostro figlio o lo sposo vostro non ha tradito  la vostra fiducia e si è conservato come la conservarsi l’uomo padrone di se l’uomo sovrano. Sono certo mamma e sposa che pensate  con superbia ai vostri uomini che soffrono per tornare a casa, soffrono? Ci son tanti modi di soffrire, c’è chi soffre d’insonia chi soffre di monotonia chi  soffre alte cose leggiere di tutto questo qui si soffre il soffribile paragonabili al supplizio di Tantalo. Ognuno di noi potrà in tal modo ampliare colorire questi poveri appunti scritti dopo dieci ore di duro lavorare a centinaia di metri sotto terra con i vestiti laceri, dal sudore, per il duro lavoro del piccone delle macchine perforatrici  che vincono l’opposizione della dura roccia, dove si lotta con l’umidità con le lampade cetelene appese al bottone della camicia dove si lotta per vivere, dove si lotta per  l’amore della famiglia, per il ritorno. Questi poveri appunti scritti dopo aver consumato un pranzo composto da semplici amare  rape, fossero stata sapri (probabilmente : saporite” n.d.s.) , pazienza, acqua amara di crude rape, poveri appunti miei gettati al vento, miei cari camerati abbiate comprensione e cercate di perdonare queste  mie confusione scritte in queste triste situazione.  Lavorare il chiodo dei nostri implacabili carcerieri lavorare. Non è  abbastanza di più di più ancora ed il povero prigioniero internato per loro detto beffeggiato offeso con calci schiaffi è trattata peggio di uno schiavo, sudavo facevo già più di quello che potevo con nervi tesi nel massimo sforzo sopportare per ritornare. Non bastava a questa razza infame questo  senza cuore senza coscienza imprecavano, gridavano e talvolta ci battevano. Povere misere  vittime di un crudo fato, privi di notizie delle nostre cose care della nostra famiglia già stanchi prima di iniziare il lavoro un tempo  fummo uomini ora stracci senza  cuori senza mente senza spirito, non è il cervello che ci comanda ma parole oltraggiose e talvolta pedate. Dopo è venuto per noi un  po’ di sole . Qualche lettera dei nostri cari. Ricordo ancora la prima,  non sapevo se dovevo essere contento oppure  gia temevo aprir quella temevo dopo molto tempo qualche  disgrazia. Soltanto quella mancava. Non poteva essere così orrenda la nostra sorte. Notizie buone tutto procede bene. Questo fu sufficiente per mettere ancora un po di spirito un po di sangue  in questo corpo morto, il lavoro  abituale cominciava allora ad essere un po meno pesante , oramai i nostri nervi erano temprati a quelle dure fatiche mai provate. Nella nostra baracca fra quelle quattro pareti tutto ritornava possibile. Il nostro rifugio, continuavano sempre le discussioni ed allora la speranza coloriva questi tetri  visi smunti ed avviliti, poi il silenzio la disperazione la nostalgia  la gloria e la superbia del passato, chi pensava oramai all’avvenire. Passano i giorni così come li può passare una   bestia qualunque continuano i giorni i più fortunati riescono  a trovare  impieghi leggeri adatti alle loro forze prevedendo in tal modo di provvedere a qualche pezzo di pane. Per tanti giunsero finalmente i pacchi. Non più prigioniero allora vitas normale. Per tanti altri invitanti dove le battaglie infuriavano  sulle zone della loro famiglia. Giorni tristissimi e tormentosi. In tal modo continuava questa vita. Stagione sempre pessima intanto  la camerata dove  uniti i più intimi si poteva trovare un po’ di tranquillità.  Le discussioni continuano la speranza aumenta. Tute le mattine alle quattro quella maledetta campana che ci  chiama al lavoro è è quell’avviso mi dava ai nervi. Procedeva in tal modo  la nostra vita intanto arrivava ogni 15 o 20 giorni un giornale La Voce della Patria, giornale  insipido che ci lasciava tutti apatici o per lo meno a coloro dotati di una certa tempra. Continuava così  fino al giorno e fino alla fine alla vigilia di quella indimenticabile e fatale per taluni decisione. Già correva voce che tutti gli italiani internati sarebbero  passati civili, chiacchiere di reticolato , chiacchiere  alle quali io non davo nessuna informazione  dato che veramente non credevo  possibile un cambiamento dopo  già quasi un ano passato da internati. Intanto ricevemmo un giornale che mi annunciavo già la trasformazione che  doveva avvenire il primo settembre, grande  fermento nel nostro campo  alle discussioni seguivano dichiarazioni accese, a cosa pensavano questi forse, questa trasformazione avrebbe permesso a tanti, dopo le ore di miniera di uscire per andare  nei campi a lavorare presso contadini per riempire lo stomaco Questa trasformazione rendeva tanti contenti e tranquilli ma mentre il giornale  affermava che tutti gli italiani  sarebbero passati indistintamente civili ci fu annunciato che  sarebbe giunta una comunicazione  la quale avrebbe  chiesto la scelta; le vie erano  due. Passare civile oppure passare da internati cioè a prigionieri di guerra con trattamenti pari a tutti i prigionieri  sottoposti  ai più duri lavori.  Seguono le discussioni. S’arriva così alla vigilia di quel giorno fatale. Ricordo quella sera, le discussioni erano più accese che mai alle difficoltà dell’una, si contrapponevano gli ostacoli dell’altra, due strade malsicure ed al quando incerte. Chi sapeva  chi ancora oggi può sapere  il prezzo di quella decisione. Ricordo coricato sulla mia branda, eravamo circa quaranta e passa e pressa a poco una risposta unica. Siamo stati fino ad ora trattati mali peggio ancora dei prigionieri perché dare una soddisfazione a questa gente cosi’ canaglia , no, no era la risposta più  specialmente di coloro che sembravano i più accaniti nemici di coloro che venivano ad offrire  un così vergognoso mercato dopo un anno di sacrifici. Protestare bisognava. Alcuni non si pronunciavano forse anno già la risposta  preparata perché dopo tanti preoccupazione altri ancora, diceva un filosofo<, <il bene va dato gradatamente mentre il male  va dato tutto di un colpo: smentisco questa sentenza,  Alla donna amata pensa l’internato nel burrascoso mare del suo  animo pensa la donna tra le lacrime e i sospiri  divini nella notte si incontrano i pensieri. Il giorno dopo  ciascuno riprende il suo lavoro pensando in cuor suo.”

(a cura di Salvatore Aiezza)