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Il «lazzarone» che fece fortuna alla fiera di Foggia

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Arrivò a Foggia vestito di stracci ma quando morì aveva messo insieme una vera fortuna. È la storia di un povero «lazzarone» napoletano, tal Raffaele Vaccarella, arrivato a Foggia a inizio Ottocento. I lazzari, o lazzaroni, erano giovani napoletani che, poverissimi, sfaccendati e privi di ogni stabile attività lavorativa, passavano le giornate facendo a volte i facchini e sfamandosi con espedienti e con la carità. Il loro nome deriva dallo spagnolo «lazaros», con riferimento ai laceri stracci con cui erano avvolti i mendicanti.

Raramente i Lazzari si allontanavano da Napoli, ma qualcuno più intraprendete lo faceva e vagabondava in cerca di fortuna per le altre città dell’antico Regno delle Due Sicilie. Foggia era, fino all’Ottocento, il secondo centro per importanza economica nel Regno di Napoli, con le sue fiere ed i suoi fiorenti commerci di lana, di grano ed altri prodotti e manufatti, e quindi attirò l’attenzione di uno di questi lazzari napoletani, Raffaele Vaccarella. Fermatosi nella nostra città verso il 1815, Vaccarella vi restò in cerca di lavoro ed iniziò una misera attività di vendita «scalzo con un paniero con pochi bicchieri e carabine di cristallo pendenti nel braccio si procacciava stentatamente un pane quando poteva averlo», come scrive Carlo Maria Villani nel suo «Giornale Patrio». Giorni, mesi ed anni di stenti, a piedi nudi, con pochi stracci addosso ed ecco che le fatiche del nostro lazzaro furono gratificate da un minuscolo capitale che egli investì in una minuscola bottega per la vendita di piatti e vari oggetti di cristallo, oltre a sedie fatte artigianalmente.

Pian piano Vaccarella, con il suo duro lavoro, incrementò la propria attività, tanto da aprire una vera e propria vetreria, la prima a Foggia, presso il palazzo della Pianara, appena fuori la città, sulla via per Manfredonia, ove oggi vi sono gli uffici dei vigili urbani. La produzione in proprio favorì il commercio dei cristalli e dei piatti ed il vecchio lazzaro, lavorando senza sosta, riuscì ad aprire anche più botteghe nella città e, man mano che gli affari crescevano, investì i suoi capitali in case, masserie e terreni.

Datosi poi definitivamente all’agricoltura, vendette la vetreria e le botteghe; ormai ricco e conosciuto nella città di Foggia, protagonista della sua fortuna, morì rispettato da tutti lasciando al suo unico figlio maschio Antonio, un’ingente eredità, stimata in ben circa cinquecentomila ducati, cifra enorme nel XIX secolo e lasciando memoria di un eccentrico e lussuoso funerale, formato da un lungo seguito di sette carrozze bardate a lutto, ben sei servitori e tutte le congreghe laicali della città che accompagnarono il feretro al cimitero alla luce di decine di torce. (Carmine de Leo)