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Il significato del piatto pasquale “U Benedìtte”

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Le tradizioni popolari si manifestano attraverso varie forme. Oltre ai riti religiosi, alle manifestazioni folcloriche  competitive, alle rievocazioni legate al ciclo della natura e del cosmo, alle rielaborazioni dei miti, anche la cucina ha un posto di primo piano nell’universo popolare. Il cibo, attraverso la mediazione del fuoco, rappresenta il passaggio dell’uomo dalla natura alla cultura, prova ne è che quest’ultimo conserva limitazioni geografiche, religiose e comportamentali. Nel raggio di pochi chilometri ogni comunità conserva delle pietanze tipiche; il cibo è stato un mediatore tra l’uomo e il divino in ogni religione vietando la somministrazione di determinati cibi (carne per indiani e musulmani) o incoraggiando altri (pane e vino per i cristiani); intorno alla tavola, inoltre, c’è un cerimoniale fatto di regole e di codici comportamentali che spiegano bene le relazioni che intercorrono tra i commensali.

Del giorno di Pasqua, ci soffermeremo sulla benedizione della tavola da parte del capofamiglia e della consumazione d’ “u benedette” il quale, opportunamente decodificato, rileva sorprendenti novità.

Questo antipasto sovverte una regola importante dell’etnoantropologia la quale, facendo ricorso ad una corrente di pensiero (funzionalismo), rileva come ogni elemento che ricorre nelle manifestazioni folcloriche trova una sua giustificazione funzionale, ovvero l’elemento folclorico giustifica quasi sempre una esigenza naturale o sociale. Per fare un esempio possiamo notare come il fatto di scambiarci il rametto d’ulivo nel giorno delle Palme risponde all’esigenza della potatura. Vista l’abbondante quantità di rametti d’ulivo disponibili, l’albero d’ulivo è diventato simbolo di pace e la tradizione si è potuta perpetrare nei secoli proprio per la disponibilità di rami potati.

A questa legge non risponde ‘u benedette perché ingredienti come gli agrumi e la ricotta non sembrano legarsi bene tra loro. Questo fatto dovrebbe scoraggiare la popolazione a consumare questo antipasto, ma la sua valenza simbolica supera abbondantemente le regole gastronomiche, rendendo possibile il passaggio del testimone da una generazione all’altra.

La tradizione vuole che in una sperlonga si servono una fetta di arancia, una di limone, uova sode, la sopressata e un pò di ricotta , tagliati a fette circolari, e distribuite a  tutti i commensali. Il capofamiglia con un rametto di ulivo infuso nell’acqua benedetta la domenica delle Palme, asperge i commensali dopo aver recitato una preghiera di benedizione.

La prima considerazione che viene da porsi è l’equivoco semantico per il quale si indica come palma l’albero di ulivo. La palma in Egitto era simbolo dell’anno solare per il fatto che mette una foglia al mese. In greco si chiama Phoenix (fenice) chiaro esempio legato alla resurrezione tanto è che i suoi rami venivano posti sulle mummie come augurio per il viaggio nell’aldilà.

L’uovo, simbolo pasquale per antonomasia, presente in tutte le ricette culinarie di questo periodo, è simbolo di rinascita dei corpi e della natura; la ricotta, pasto dei poveri, deriva il suo nome dal latino recoctus, cotto due volte, riferito al trattamento termico che il siero  subisce durante la lavorazione. Per ciò che concerne la sopressata, il suo valore simbolico risiede nel fatto che è un salume preparato e messo a stagionare sotto la pressione dei pesi. In questo caso rappresenta la morte della carne che nel periodo quaresimale era vietato mangiare. Gli agrumi hanno un’origine mitica legata alla leggenda. In occasione delle nozze di Zeus ed Era, Madre Terra regalò ad Era l’albero dei frutti d’oro, simbolo di amore e fecondità. Per questo motivo i fiori d’arancio sono il simbolo del matrimonio. Era lo portò nel suo giardino dove i cavalli del sole terminavano la loro corsa. A custodia dell’albero mise le Esperidi, le fanciulle dal canto dolcissimo, le quali,  rubandone i frutti, si rivelarono indegne di tanta fiducia. Fu così che a custodia dell’albero fu messo Ladone, metà serpente e metà donna. La diffusione degli agrumi tra gli umani si deve ad Ercole che, in una delle sue fatiche, riuscì a rubare gli agrumi uccidendo il mostruoso guardiano con una freccia avvelenata.

Dall’analisi degli ingredienti d’”u  benedette” è facile intuire un augurio ed un gesto apotropaico nei confronti delle forze vegetative che in questo periodo si risvegliano. Se per la palma, l’uovo, la ricotta e la sopressata il significato di morte e rinascita è facilmente rintracciabile, per gli agrumi bisogna decodificare il mito delle Esperidi, figlie della notte, che erano tre e rappresentavano tutte le fasi del tramonto. Si può, così, concludere che nell’antipasto pasquale, è rappresentata la morte e la resurrezione della vegetazione e di Cristo.

(Giuseppe Donatacci)

(ved. anche La ricetta del piatto)