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Il significato di alcuni modi di dire

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Lo scazzamurillo è lo spirito di un qualsiasi bambino morto senza aver ricevuto il sacramento del battesimo. Vive nelle case e, quando c’è, manifesta la sua presenza facendo dispetti, nascondendo oggetti e infine appare durante la notte. In pratica lo si può trovare sia di buon umore che totalmente indiavolato, si siede sulla pancia (infatti si dice che non si deve mai dormire a pancia in su perché potrebbe sedersi su di te e strangolarti se non riesci ad acchiappare il suo cappello magico) e gioca con i capelli. Insomma, fa qualcosa fin che non ti desti dal sonno. Se riesci a prendergli il cappello lui pur di riaverlo farà di tutto e realizzerà qualsiasi tuo desiderio e andrà via per sempre, altrimenti ti perseguiterà ogni notte e continuerà a vivere nella tua casa.

La malombra, stando alle interpretazioni colorite di una anziana signora interpellata, sarebbe una sorta di anima in pena; chi la può vedere (lei sarebbe in grado di farlo perché la comara di battesimo avrebbe recitato male il Credo saltando delle parole) ne rimarrebbe impressionato. La malombra si manifesterebbe anche sotto forma di animale fastidioso o dal comportamento sinistro. In forma umana si presenta come un soggetto di abbigliamento strano o dal comportamento anomalo. In altri casi la malombra fa sentire la propria presenza facendo rumore o spostando oggetti.

L’urije da càse Impalpabile e invisibile è la divinità protettrice del focolare domestico. Se in casa si gridava, litigava, bestemmiava c’era subito una donna, la più anziana spesso, che diceva: “Cìtte, ca se guàste l’urije da chese!!”.

Le masciare avevano il potere di eseguire o sciogliere le fatture (avevano quindi, per il popolo il potere di vita o di morte, di salute o di malattia). Quindi sono da considerarsi persone che avevano scopi benefici o malefici a seconda della situazione. Ma queste persone avevano anche un’azione consolatoria  e  rassicurante; conoscevano, da generazioni, le tecniche per superare una serie di inconvenienti, dal malocchio al torcicollo, oppure venivano consultati magari solo per l’interpretazione di un sogno.
Si diceva che queste persone facessero patti col diavolo e, infatti, portavano collane sulle quali erano rappresentate scene demoniache. Le persone temevano le masciare ma, spesso poi erano costrette a rivolgersi a loro per bisogni diversi e ovviamente queste donne astute facevano presa sulla suggestione della povera gente. Persone di una certa età ricordano ancora i nomi di queste donne: Rosina Capocchiano, Maria di Benevento, Maddalena la Caprara e Zia Maria. Spesso, tra i fenomeni magici molesti, si dava molta importanza a quello che dicevano le malelingue, a quelli che sparlavano di te, a chi ti prendeva d’occhio e quindi provava per te una certa invidia.

‘U malùcchije Era il male fisico o psicologico che una persona avvertiva o, le avversità quotidiane che incontrava in ogni campo, finanche le disgrazie più tragiche,effetto della “fattura” che poteva essere  fatta anche “a morte”.

Il malocchio poteva essere “confezionato” anche per mezzo di uno sguardo invidioso “m’hànne pegghijàte a ùcchije!!”, o per effetto di una frase benevola e gratificante con altro sottinteso.  Proprio in quest’ultimo caso e particolarmente quando si fanno apprezzamenti a bambini o adolescenti, per non lasciar alcun dubbio sulle proprie intenzioni, l’apprezzamento va subito seguito da una benedizione. Lo fanno anche le nonne nei confronti dei propri nipotini: “Cùme crèsce bèlle ‘stu criatùre, benedìche!!!” In questo modo il malocchio è scongiurato.

Ma le mamme, per prevenire ogni evenienza, infilano nella collanina al collo del bimbo minuti oggettini d’oro a forma di ferro di cavallo, di cornetto che vanno  a far numero con crocette, santi e madonne, altre volte delle immaginette di santi cucite in un pezzo di stoffa.(Abitino?)

Corni di animali di varia misura, ferri di cavallo e forbici con le punte aperte venivano appesi all’interno della propria porta di casa, a volte ostentati sulla parete esterna della casa, perchè inibissero l’accesso al malocchio.

Specie quando un problema di salute tardava a risolversi con la medicina ordinaria, o una figlia non “trovava la sorte” nonostante l’età, l’accusato principale diventava il malocchio e per averne conferma si ricorreva a qualche donna anziana del vicinato, “esperta” in materia o a una professionista, appunto la masciara. Due i metodi per scoprire se il malocchio c’era o meno. Il primo consisteva nel far cadere alcune gocce d’olio in un piattino riempito di acqua, a seconda se le gocce d’olio si univano in una macchia più grande  o giravano sparse, si concentravano al centro o ai bordi, veniva emessa la sentenza. L’altro necessitava di un setaccio per farina, ” ‘a setèlle “, ed una forbice che a punte aperte viene infissa sul bordo di legno del setaccio. Le code della forbice vengono prese e tenute leggermente con due dita da due diverse persone, una è l’esperta, un po’ di “preghiere” e vecchie cantilene e in base alle rotazioni che così il setaccio assume, l’oracolo parla.

A volte la cattiva sorte poteva essere autoprocurata. Per esempio passando sotto una scala appoggiata al muro, incrociando un gatto nero, versando l’olio, facendo cadere il sale per terra, rompendo uno specchio. In questo ultimo caso erano “sette anni di disgrazie”. E’ facile intuire che nei tempi trascorsi rompere uno specchio, forse l’unico che c’era in casa, disperdere quel po’ di sale o olio che si aveva, era già una disgrazia, perchè bisognava ricomprarlo, se c’erano i mezzi. (Raffaele De Seneen)

‘U sgubbatìlle Chi aveva la sventura di nascere con questo difetto fisico, se da una parte era oggetto di scherzi e lazzi di ragazzacci, dall’altra, l’incrociarlo e ancor più potergli toccare la protuberanza gibbosa  era convinzione comune che portasse fortuna. Certo la cosa non si poteva fare in maniera plateale perchè avrebbe suscitato le ire del povero importunato, quindi bisognava ricorrere ad ogni astuzia perchè la toccata o strusciata risultasse del tutto casuale.

‘A cuccuàije  Il canto poco gradevole, quasi lugubre di questo volatile notturno, la civetta, se udito nelle prossimità della propria abitazione era ritenuto presagio di sventura.

Da ciò il detto foggiano:

“Nen me stènne a cuccuaijà!!”

‘A retecèlle Rientrava negli aspetti magici del mondo del terrazzano. Se uno di loro aveva trovato e bruciato un aratro di legno, ritenuto oggetto sacro, aveva commesso un gravissimo peccato e quando era l’ora della sua morte non riusciva a spirare. Allora, il capo del gruppo costruiva un piccolo aratro di legno, appunto ‘a retecèlle, che andava messo sotto il cuscino del moribondo. Quest’ultimo, così ottenuto il perdono, poteva morire in pace. (Raffaele De Seneen)

A Foggia si usava mettere una scopa capovolta davanti l’uscio di casa per evitare che entrassero spiriti maligni. La scopa in questo caso aveva funzione di filtro e serviva a scacciare via il malocchio che aggrediva sempre di notte credendo che il male, per entrare nella dimora, dovesse prima contare tutti i peli della scopa e, quant’anche ci fosse riuscito, sarebbe sopraggiunta l’alba a scacciarlo definitivamente. (Giuseppe Donatacci)

Tezzòne e caravone ogne ‘e une ‘e case lore! 

Questo è il detto popolare che ancora oggi i foggiani usano per dire : “…si è fatto tardi andiamo tutti a casa” ,ma qual è la sua origine?

Ecco, ho pensato al racconto che mi ha fatto Aldo de Troia, presidente dell’associazione Amici ed ex Allievi dei Giuseppini del Murialdo, il quale appunto mi raccontava che, nella ricorrenza di Santa Lucia, il 13 dicembre, fino ai primi anni 50, veniva celebrata nella chiesa di San Michele una prima messa mattutina alle ore 05,00. Nella serata precedente a cavallo della nottata 12/13 veniva preparato un grande falò sulla via Capozzi, proprio davanti alla chiesa. All’uscita della messa mattutina il falò consumato lasciava naturalmente tizzoni ardenti sotto la cenere, tanto che le famiglie per abitudine portavano uno di questi tizzoni a casa per poter dire : ci siamo riscaldati col fuoco di Santa Lucia…..ciamme scalfate ku fuche de Santa Lucije . Il de Troia mi aggiungeva che proprio in questa circostanza all’uscita della celebrazione dopo i saluti si prese a dire: Tezzòne e caravone ogne ‘e une ‘e case lore. (Salvatore Il Grande)

La campana delle partorienti 

A metà circa della scalinata che porta all’accesso secondario, ma più comunemente usato, della nostra Cattedrale (Chiesa madre) è posizionata una piccola campana che almeno fino alla fine degli anni ’40 (1940) venifa fatta suonare in occasione di un parto che si presentava difficile.

La cosa a me nota già da tempo perchè la mia nonna materna, mi è stato raccontato, la fece suonare per mia madre in occasione della mia nascita, si è di recente arricchita di altri particolari.

La testimonianza indiretta, raccolta da una nonnina foggiana di 103 anni, ricorda di un’offerta di due lire per ventiquattro rintocchi di campana. Il perchè di questa antica usanza, oltre a rappresentare un’implorazione rivolta al Cielo, era anche quello di partecipare, a chiunque udisse i ventiquattro rintocchi convenzionali, che una danno stava partorendo e che il parto non si presentava bene, perchè si unisse idealmente ad una preghiera che la centenaria nonnina ricorda come un dialogo fra un figlio, Gesù, e la propria madre, la Madonna, che così siamo riusciti a ricostruire:

“Ohi ma’ chèd’èije ‘sta càmpene ca sòne?” 

“Fìgghije è ‘na fèmmene che adda fegghijà” 

“Va tu màmme ca sì ‘na sànde, 

ùngele i fiànche e i rìne 

che l’àcque du cìle e du Celòne 

e vìde ca nàsce nu bèlle pavòne” 

Seguiva un “Salve Regina” 

(a cura di Raffaele De Seneen)

‘A cavezètte ‘i mùrte

Un grosso calzettone, se mai già servito a un paio di generazioni, fatto in casa lavorando la lana con i tipici quattro ferretti, più sottili e più corti di quelli utilizzati per confezionare maglie e maglioni, e dentro qualche noce, castagne, carrube (fainèlle), un mandarino, un’arancia, qualche rametto di liquirizia, all’occorrenza veri pezzi di carbone, questo trovavano i più piccoli, la mattina del due novembre, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, accanto al cuscino o appeso ad una testiera del letto.

Nel secondo dopoguerra, anni 50/60, questo pensiero che i defunti avevano per i bambini iniziò ad arricchirsi di qualche caramella, “formaggini” di dura cioccolata, a forma triangolare, avvolti in carta stagnola dorata, biscotti, ovviamente fatti in casa e tenuti nascosti o gelosamente chiusi nella credenza della cucina.

Oggi le calze dei morti si vendono nei supermarket, nei migliori bar e pasticcerie, sulle stracolme e illuminate bancarelle di Piazza Giordano. Calze-contenitori di ogni dimensione, piccole, medie, grandi e  grandissime fino a contenere roba da fare la scorta per un anno. Di velluto, di pannolencio, di seta, con pizzi e nastrini, trasparenti e no. Le comprano i fidanzati per le proprie innammorate, i mariti per le proprie mogli specie se c’è qualcosa da farsi perdonare, non so se siano entrate anche nel novero degli scambi-omaggio fra parenti ed amici; e se fra i dolciumi e le leccornie si nasconde una scatoletta contenente un anello prezioso, possono servire proprio a tutto.

L’attesa dei bambini non c’è più, l’originario significato del gesto si è perso, e con esso il sentimento di ricordo e il legame delle nuove generazioni con i propri defunti. D’altra parte quelli riposano al cimitero e le calze stanno in Piazza Giordano, bisognerebbe raccontare ai bambini che nella notte fra l’uno e il due novembre, il nonno o lo zio, buonanima, passa di lì a comprarne una per poi fargliela trovare a capoletto, sempre: “Se fai il bravo!!”. Mi pare un pò troppo per i bambini di oggi e comunque si andrebbe certamente contro i dettami di qualche moderna dsciplina pedagocica.

Invece, la vecchina foggiana di 103 anni, quella ricorrenza, un’occasione per mangiare qualcosa in più del normale, la ricorda così, attraverso alcune frasi che insieme abbiamo ricostruito e che i bambini foggiani della sua epoca recitavano, con trepidante attesa, la sera del primo novembre, prima di andare a letto:

Aneme sànde, àneme sànde,

ije so’ da sùle e vùije sìte tànde,

mèntre me tròve

ìnde a nu mùnne de guaije,

de cumplemènde

mettìteme assàije.

 

(a cura di Raffaele De Seneen)

I civeze ca néve

Sono i gelsi con la neve.

Il gelsi neri o bianchi  sono i frutti del Gelso (Morus nigra L. o Morus alba L. della famiglia delle Moraceae) che si raccolgono a fine luglio. Immagina il caldo a Foggia   a luglio  e quindi chi vendeva i gelsi diceva con la neve per dire che erano freddi. Provare per credere: una cosa è mangiarli freddi,  un’altra  è a temperatura d’ambiente. (Luigi Marasco)