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Il terrazzano

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Il terrazzano era un caratteristico operaio foggiano, ma abitava anche altre città del Tavoliere (Lucera, Cerignola, San Severo, ecc.).Fondamentalmente era un raccoglitore di frutti spontanei e cacciatore. Cioè il suddetto personaggio conservava le più antiche attività dell’uomo primitivo: la raccolta dei frutti spontanei e la caccia-pesca. In più aveva delle competenze relative alle attività agricole (si impegnava durante i lavori agricoli estivi, quando il Tavoliere richiamava un grandissimo numero di lavoratori agricoli, e per creare il maggese ai proprietari, coltivando fave e piselli, là dove si sarebbe messo a coltura il grano o altri cereali).

Il suo artigianato era semplice, essenziale, funzionale, scarsamente artistico.

I terrazzani svolgevano le seguenti attività:

–  Il terrazzano raccoglitore: i terrazzani raccoglitori erano quelli che si dedicavano alla raccolta di frutti spontanei della terra: lambasciuoli, funghi, verdure d’ogni genere, lumache, cardi selvatici. liquirizia, camomilla, capperi, pere selvatiche, ecc.

–  Il terrazzano contadino: Nelle colture messe a grano, per due anni consecutivi i proprietari coltivano il grano, il terzo i terrazzani, in accordo con i suddetti, mettevano fave e piselli per creare il maggese. Durante i lavori estivi si impegnavano come giornalieri. Qualcuno, un numero piccolissimo (soprattutto i carrettieri che seminavano il foraggio per gli animali), svolgeva l’attività agricola sui propri terreni.

  • Carrettieri di fiume: trasportavano materiale per l’edilizia e  per la costruzione di strade. Dai fiumi raccoglievano sabbia e ciottoli. I sassi di fiume li portavano ai frantoi di Foggia. Se consideriamo il terrazzano un mestiere, bisogna specificare che i carrettieri non erano terrazzani, se invece parliamo dei terrazzani come comunità popolare e allora dobbiamo considerare come mestieri del gruppo anche i carrettieri.
  • Carrettieri di prodotti agricoli: trasportavano vino, paglia, grano ed altri prodotti della terra. All’occorrenza i tufi delle tufare, le erbe palustri per un’industria farmaceutica, fichi d’India, agnelli a Pasqua o a Natale.
  • Il terrazzano cacciatore con la balestra: l’attrezzo era simile a quelli di epoca medioevale, ma il proiettile, rotondo, ‘a turrètte, era fatto di creta essiccata al sole. Era un tipo di caccia agli uccelli in genere ed ai rapaci che si praticava di notte aiutandosi con lanterna e campana, nei boschi fitti di querce e perastri. Gli uccelli avevano l’abitudine di dormire sui rami bassi dell’albero.
  • Il terrazzano a caccia con il cavallo: era una particolare tecnica di caccia col fucile, ‘a scecuppètte, che si faceva accostando, controvento e nascosti dalla schiena di  un cavallo spogliato dei finimenti, animali come le papere selvatiche, le alzavole, i fischioni, i codoni, ecc. La presenza del  cavallo, mansueto, opportunamente addestrato a non scappare via al momento dello sparo,  rassicurava la selvaggina e il terrazzano cacciatore poteva avvicinarsi fino a tenerla a giusto tiro.
  • Terrazzani cacciatori con lanterna e campanello: La caccia alle allodole (“taragnole”) era praticata con la lanterna ed il campanello nelle notti d’estate senza luna. Questo uccello dormiva a terra, nella ristoppia, sui cardi secchi e nelle fossette prodotte dal passaggio di cavalli e mucche. La lanterna serviva per abbagliare la preda dopo averla stordita, o incantata, con il suono della campana. Con questo metodo, in nottate fortunate, si arrivavano a prendere anche 50 mazzi di allodole (un mazzo era formato da quattro allodole) che erano molto richieste sul mercato dai Foggiani. Con la lanterna si potevano sorprendere anche lepri e ricci e, nelle paludi, si potevano catturare il germano reale, il giambecchino frullino, il beccaccino, la gallina selvatica e quella turchese.
  • Terrazzani cacciatori con le tagliole: nella tagliola, fatta di archetti di acciaio, si metteva un verme o in alternativa un chicco di avena e si aspettava che l’uccello, di solito l’allodola, abboccasse. Si arrivava a piazzare anche sino a 500 tagliole a notte, che dovevano sorprendere gli uccelli al loro risveglio. Un gruppo di tagliole, disposte a filari e al riparo dal vento, costituiva la “rete”, in analogia con quella del pescatore. Si piazzava anche una grossa tagliola con un’allodola a fare da esca per catturare l’eventuale falco che poteva avvicinarsi alla rete. Il giorno dopo gli uccelli si vendevano a mazzi. Questo tipo di caccia, ovviamente faticosa perchè svolta per tutta la notte, si praticava in autunno.
  • Terrazzani a caccia di lepri e volpi:  si andava con il fucile ed il cane segugio a cacciare queste prede. Era comunque una pratica molto rara, non diffusa, praticata soprattutto da cacciatori più moderni.
  • Terrazzani a caccia con le reti: in questa maniera si cacciavano quaglie e passeri. Il richiamo per le quaglie lo si costruiva artigianalmente ricavandolo da un osso di mula al quale si aggiungeva un sacchetto di pelle. Il richiamo, che produceva il grido della femmina, consentiva la cattura sino a 100 maschi. Le due reti si disponevano l’una di fronte all’altra e nel mezzo si scavava un fosso nel quale si nascondeva il cacciatore. La quaglia, attirata dal richiamo, rimaneva intrappolata tra le reti o all’interno o all’esterno e il cacciatore interveniva. Invece, per quel che riguardava i passeri, le reti si ponevano davanti al “dormitorio” ad una certa distanza; si riproduceva il fischio emesso dal passero al giungere del falcone, questo fatto spaventava i passeri che scappavano e restavano intrappolati nelle reti. Per staccarli dalla rete, il terrazzano, rompeva loro la testa premendo sulle orecchie: in tal modo il passero moriva staccando le zampe dalla rete. Le reti anticamente erano di macò (cotone) sostituito successivamente dal nylon sicuramente più leggero e meno ingombrante. Gli ultimi terrazzani hanno anche usato una rete grandissima, la soprerba, capace di raccogliere anche diverse migliaia di passeri.
  • Terrazzani a caccia dei tassi: con i cani si individuavano le tane e se queste, come spesso succedeva, avevano altre entrate, si tappavano lasciandone solo una aperta e si aspettava il ritorno dell’animale; quindi, il terrazzano, con un bastone, colpiva il tasso alla testa e ricavava le pelli richieste per abbellire il collare e il basto dei cavalli, mentre la carne, definita pregiata, veniva consumata soprattutto nei mesi freddi.
  • Terrazzani a caccia del riccio: nel mese di agosto si recavano nelle zone idonee: la marana “S.Nicola”, il territorio attorno al parco di “Filiase” e quello vicino alla posta “Giuliano”; i cani, con le sonagliere al collo, individuavano il riccio, abbaiavano e il terrazzano li raccoglieva e li metteva nel sacco. A fine giornata li metteva ad uno ad uno sotto un masso e tale peso ne determinava la morte dopo qualche minuto. Allora praticava un forellino nel ginocchio dell’animale e con una cannuccia soffiava sino a far gonfiare l’animale come una palla: così riusciva facilmente ad eliminare gli aculei e a prepararli per il consumo proprio e per la vendita, essendo molto richiesti per le feste.
  • Terrazzani a caccia di topi: i terrazzani si costruivano i “valestri” necessari per catturare i topi. Essi erano costituiti da un pezzo di canna e un ramo di tamarice a cui si legava un filo di ferro ovale che fungeva da cappio. C’erano anni nei quali i topi erano talmente tanti da insidiare interi raccolti e, per tal motivo, il padrone affidava al terrazzano il compito di catturarli; il lavoro veniva pagato sulla base del numero dei topi stanati ed uccisi. Il terrazzano copriva tutti i buchi scavati dai topi, in quanto uno solo rappresentava la tana, mentre gli altri servivano all’animale per deposito; poi davanti ai buchi aperti sistemava le tagliole che manteneva ferme con la canna. L’animale usciva di notte e trovava a sbarrargli il cammino un filo d’erba, che subito rosicchiava. Il ramo di tamerice, elastico e resistente, che fungeva da molla, faceva stringere il cappio intorno al collo dell’animale. Quindi il tutto era sistemato la sera precedente e al mattino il terrazzano, passando in rassegna tutte le tagliole, raccoglieva i topi in un sacco, che poi svuotava dinanzi al padrone per la conta che determinava l’ammontare della “parcella”.
  • Terrazzani a caccia di civette: era una pratica molto rara e soprattutto di recente attuazione, ma molto redditizia perchè gli animali erano molto richiesti, soprattutto dai cacciatori del nord. Non c’erano tecniche particolari ma si cercava di scovarle nelle tane, nei fori delle masserie abbandonate, in quelli dei pali della luce. Di solito si sistemava un sacco dinnanzi al foro e con un bastone si batteva dalla parte opposta per spaventare la civetta e costringerla alla fuga.
  • Terrazzani a caccia di lupi: quando la neve imbiancava i monti del Gargano e del Subappennino, i lupi scendevano in pianura per trovare cibo. Negli anni ‘30 veniva dato un premio a chi catturava i lupi e precisamente 1000 lire per una femmina e 500 lire per il maschio. Il terrazzano seguiva le impronte del lupo che veniva fuori allo scoperto grazie ai cani e quindi veniva ucciso con il fucile. Successivamente lo si svuotava di carne ed ossa, lo si riempiva di paglia e gli si metteva un’arancia in bocca per mostrare le fauci al pubblico; poi lo si caricava sul carretto e lo si portava in giro per la città, tra le urla di gioia dei bambini, passando nelle zone frequentate dagli abruzzesi, che erano soliti lasciare generose mance, ricotte, caciotte e uova. Alla fine del giro il terrazzano andava a ritirare il meritato premio.
  • Il terrazzano a caccia di uccelli vivi: una ingegnosa trappola costituita da due archetti retinati, montati alla punta di due lunghe pertiche o canne che si chiudevano e si aprivano tramite una cordicella, permetteva, di notte, di catturare fra i rami degli alberi gli uccelli già addormentati e avvistati con il chiarore ottenuto da una lanterna. Si trattava di uccelli destinati all’allevamento in gabbia per il loro bel canto: cardellini, lucherini, verdoni, capinere, verzellini o per fungere a loro volta da richiami.
  • Terrazzani a caccia di rondini: alcune osterie servivano le rondini raccolte dai terrazzani. Esse si catturavano con il “roscilillo” che, con un meccanismo a corda simile ad una trottola, faceva volare in aria una farfalla di zinco: la rondine scambiava la farfalla per un insetto e, avvicinandosi, rimaneva ferita cadendo per terra. I ragazzi, spesso come passatempo ludico, ponevano dei fili di nylon vicino ai fiumi e quando le rondini scendevano per bere, urtavano questi fili e cadevano in acqua venendo poi recuperate con una canna.
  • Terrazzani a pesca: nei canali e nei laghetti per pescare i terrazzani usavano la radice del tasso: la raccoglievano, la mettevano in un sacco e la battevano; quando i fiumi si prosciugavano, si formavano tante piccole conche d’acqua e in ciascuna di esse si immergeva il sacchetto tenuto con una corda facendolo salire e scendere più volte. Dopo pochi minuti venivano su tanti pesci che in quel modo erano divenuti ciechi e venivano quindi raccolti con una reticella. Veniva praticata anche la pesca delle anguille con le nasse.
  • Terrazzani a pesca di rane: nelle notti senza luna si catturavano vive  con la lanterna e le si mettevano in un sacco. Una volta a casa il terrazzano tagliava loro le teste e le dita e , dopo averle spellate, le vendeva al mercato. Si cucinavano fritte o con il sugo. Venivano vendute anche a gestori di trattorie e ristoranti.

      Gennaro Sauchelli, definendo i terrazzani i poveri di Foggia, chiede alle istituzioni che venga loro concessa la terra. Bisogna puntualizzare, però, che, se anche il possesso della terra era la massima aspirazione dei poveri dell’epoca, per i terrazzano lo era meno che per gli altri, perché un mestiere già lo aveva e veniva svolto nella massima libertà e come lavoro autonomo, indipendente.

ETIMO DELLA PAROLA “TERRAZZANO”

La mia idea, al riguardo, è che tutte le ipotesi relative all’etimo del vocabolo “terrazzano” possono risultare utili. Leggiamo intanto i significati ufficiali di tale parola:

Dal Dizionario Enciclopedico Italiano:

–          Abitante di città fortificata, di un castello, di un borgo.

–          Paesano, compaesano.

Dal Dizionario Etimologico Italiano:

–          Abitante di terra murata o castello; paesano, dialettale Pugliese che vive di frutti di terre incolte (Zingarelli).

Dal Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Pianigiani: terrazzano dal lat. Terra: paese, mediante un barb. aggettivo terracianus, forma secondaria diterracesus: compaesano, abitatore di terra murata o castello.

Questi significati vanno sicuramente accolti.  Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che il terrazzano anticamente costruisse terrazze; altri hanno pensato che il nome indicasse l’idea di fondarsi con la terra. Tutte queste interpretazioni possono nascondere una parte di verità.

La mia convinzione è che il termine “terrazzano” indicava, nel Tavoliere, come in altre città d’Italia, l’abitante di città fortificata, o di un castello o di un borgo. Solo, però, nel Tavoliere delle Puglie le persone che raccoglievano i frutti spontanei, in antico e fino ad oggi si sono continuati a chiamare “terrazzani”, al punto che è cambiato il significato del termine: non significava più abitante di città fortificata, ma raccoglitore di frutti spontanei della terra. Faccio un esempio patrico. I terrazzani possedevano numerose balestre agli inizi del secolo (nei secoli scorsi ne dovevano essere davvero moltissime). Quanto erano parte degli antichi Dauni li chiamavano terrazzani, cioè abitanti di città fortificata. Siccome i suddetti, col passare dei secoli hanno continuato a cacciare con le balestre, la gente, gli altri foggiani  hanno continuato a chiamarli terrazzani. Quando il significato di abitante di città fortificata non ha avuto più motivo di essere usato, si è continuati ad indicare i raccoglitori di frutti spontanei e cacciatori come “terrazzani”.

POSITIVITA’ DEL TERRAZZANO

Le valenze positive del terrazzano si possono riassumere nei seguenti punti: risolvevano da soli i problemi occupazionali, fruttando in modo positivo ed ecologico i prodotti spontanei del territorio. Servivano la città degli alimenti necessari al sostentamento di una moltitudine di foggiani (forse la totalità), con una ricchezza di varietà e quantità di alimenti notevoli: aiutavano a reperire i braccianti, indispensabili per i lavori agricoli estivi, contribuivano con la coltivazione delle fave e di piselli alla preparazione del maggese, senza pesare economicamente sui proprietari. Arricchivano i commercianti foggiani, che vendevano i loro prodotti nel resto dell’Italia e, a volte, all’estero. Dopo la guerra e i bombardamenti hanno ripulito l’ambiente di ogni sorta di residuo bellico metallico.

     Qualcuno potrebbe sottolineare, in negativo, il fatto che il terrazzano aveva l’abitudine di rubare, ma va ricordato al riguardo che nella maggioranza dei casi si trattava di furti per necessità (non sembra che nella città il terrazzano abbia lasciato in eredita la cultura del furto). Sebbene trascurato da tutti, con il sacrifico, con abnegazione guadagnavano il necessario per il sostentamento della famiglia. Il terrazzano oggi è molto importante per la città stessa, perché ha un enorme valore a livello antropologico e ciò c’è stato testimoniato da diversi antropologi.

(a cura di Angelo Capozzi)

A completamento degli studi di Angelo Capozzi, aggiungiamo ancora qualche altra considerazione di Raffaele De Seneen su questo singolare personaggio foggiano:

“Terrazzano: nato dal ventre di

terraccia o terrazza mala,

come i giunchi ed i perazzi

alle mezzane”

da “Terra salda” di Domenico Lamura

Era una persona povera ma, proprio perchè conosceva l’arte dell’arrangiarsi, era sicuramente meno povera di altri. D’inverno vestiva alla buona, con calzoni corti e calzettoni lunghi bianchi, il mantello a ruota, una specie di calza come berrettino e come copricapo un cappello con nastro da legare sotto il mento. D’estate indossava semplicemente calzoncini, camicia bianca con maniche rimboccate e quasi sempre scalzo. Abitava, con la sua famiglia, a Borgo Croci e nelle vicine campagne raccoglieva verdura e tutto ciò che nasceva di spontaneo.

E’ da considerare che dalla soppressione della Dogana delle pecore nel 1806, il terrazzano può disporre di immensi territori che sino ad allora aveva dovuto contendersi con le greggi transumanti anche se,con la dismissione dei beni fondiari degli aboliti ordini religiosi, vi è un conseguente aumento delle terre coltivate e una conseguente riduzione degli “spazi” per i terrazzani che perderanno ancora con l’avvento dell’Unità d’Italia a causa della costruzione delle ferrovie e dell’inizio delle bonifiche.

Anche i contratti ed i rapporti quotidiani tra i terrazzani si svolgevano con un rituale tutto tradizionale. Giunti ad una certa età i giovani si sposavano ma senza formalità: solo in seguito sarebbero andati in chiesa o al municipio per regolarizzare l’unione. Il giovane, di notte, accompagnato da amici, con il suo carretto, si appostava “a ‘u pizz d’a strad” ed invitava la donna intonando una vecchia canzone che diceva: “Bella guaglion… ind’ù carrettin taggia ‘a menà”. La ragazza usciva furtivamente da casa e montava sul carretto; i due restavano soli in quanto gli amici avevano solo il compito di testimoniare l’avvenuto “ratto”. Il matrimonio era cosa fatta dal momento in cui la ragazza rimaneva solo con lo sposo. Anche compravendita e baratto seguivano tra i terrazzani un codice tutto particolare: la stretta di mano valeva più di qualsiasi contratto scritto e superava qualsiasi controversia.

Alla fine si possono valutare i tanti aspetti positivi legati alla figura del terrazzano: risolveva da solo i problemi occupazionali sfruttando i prodotti spontanei del territorio; serviva la città degli alimenti necessari al sostentamento della quasi totalità dei foggiani con una varietà di alimenti notevole; aiutava i padroni a reperire i braccianti per i lavori nei campi; contribuiva, con la coltivazione di fave e piselli, alla preparazione del maggese, alleggerendo gli oneri dei proprietari terrieri; ha ripulito l’ambiente dai numerosi residui bellici. Si potrebbe obiettare che il terrazzano aveva l’abitudine di rubare ma, molto spesso, lo faceva solo per il proprio sostentamento e quello della sua famiglia e il furto riguardava sempre i prodotti della terra: in definitiva la sua figura non ha lasciato alla città dei suoi posteri la cultura del furto, ma forse quella del lavoro e del sacrificio.

Da un libretto poco noto di Germano Sanchelli, Commissario demaniale per la provincia di Capitanata, oltre che Presidente della Gran Corte Criminale di Benevanto, pubblicato nel 1861 – tipografia Giuseppe Ciampitti – si ricava la seguente descrizione del terrazzano.

“Essi non si danno che alla caccia e a raccogliere pochi prodotti spontanei vegetabili, che la terra scarsamente loro esibisce;  e così si procacciano a stento e col sudor della loro fronte, il meschino quotidiano alimento.

“Prima, colla caccia, varie specie di quadrupedi, li mantenevano occupati, come il daino, che vive per lo più ne’ luoghi arborati e frattosi, il cignale che si trova anch’esso nel più fitto delle boscaglie, l’istrice colle stesse inclinazioni e la lepre che si trova quasi sempre ne’ campi aperti; ma le continue persecuzioni, che soffrirono questi animali, han fatto sì, che le loro razze siano quasi estinte, per cui è difficile oggi di ritrovarne qualche individuo.

“Ora, i Terrazzani  suddetti, non possono aspirare che alla preda de’ palombi, tirando loro di notte quando questi uccelli stanno in sugli alberi fermati, con palle di terra rassodata, e mediante balestra; a quella delle gru, la prima a comparire nell’inverno, e che scegliesi il suo domicilio nelle vicinanze de’ laghi e delle paludi; a quella dell’oca con il medesimo istinto a ricercar la sua dimora, e tessendole insidia, nascondendosi, or dietro, or di lato, or sotto addestrati asini o cavalli, per rimaner inosservati, onde scaricare i loro fucili contra questo animale, che teme assai dell’uomo; a quella dell’anitra, unita all’oca di costume, di tempo; a quella delle folaghe, che ne’ luoghi acquosi si trovano; a quella della lodola, detta in Puglia tarragnola, la di cui caccia, per lo più, si fa nel buio della notte; a quella del calandro, della beccaccia, della quaglia e della tortora, lorchè sono di passaggio per questi luoghi. Si occupano pure i Terrazzani a prendere il riccio, il tasso, detto dai Naturalisti Melotus, e dai Pugliesi Melogna, la di cui pelle è di qualche pregio, e si addice ad ornamentale le briglie de’ muli, e vive ne’ contorni de’ luoghi acquosi; la lontra, chiamata dagli antichi lutra, pregistissima per la sola pelle, che ha il costume di vivere costantemente alla ripa de’ fiumi, dentro le tane, dalle quali non molto si discosta, e le testuggini, che servono di cibo.

“A seconda delle diverse stagioni, si danno i Terrazzani i diversi vegetabili spontanei a raccogliere.

“Così, verdeggiando il cappero nell’estate, e quando tutte le altre erbe sono seccate, ne raccolgono i fiori, non ancora schiusi, e li vendono per farsene poi da speculatori mediocre taffico co’ Tedeschi, con Napoli e con altri paesi di queste Merdionali Province.

“Così, essendovi ne’ campi pascolatori, gli asparici, de’ fonghi della migliore specie, innocenti e di ottimo cibo, l’origano, la cicoria, il cardoncello, la bietola selvatica, il finocchietto, la ruca, il pero silvestro lo stingo, se ne provveggono, o per gli usi propri, o per farne vendita, lorchè, essendo per declinare il Ministro Maggior della natura, dopo che usciti di casa, tre, quattr’ore prima del levar del dole, dopo molteplici stenti e fatiche, senza piatire e senza un lamento, si ritirano, e per dar riposo alle stanche loro membra, e per cibarsi del meschino desinare, lor preparato dalle mogli, consistente, or in pochi legumi, ora in una minestra di mal cotto ed insipido fogliame, sovente volte in semplici cipolle, o in pane soltanto, la di cui cottura è di rado buona, o in silvestri frutti immaturi, ed appena dall’ardore del sole colorati.

Il terrazzano visto da Antonio Lo Re in “Capitanata triste” edito a Cerignola nel 1902:

“A corto di ogni altro espediente, il terrazzano va vagando per le immense pianure pascolative, aiutato in ciò dalle donne, in busca di tutto quello che è più o meno lecitamente può far suo, per rivenderlo o usarne. Ora sono sterpi e spine, ora rami e frutti perastri, ora ferule, ora asfodeli, ora funghi, ora olive, e poi cicorie e cardi e finocchi e asparagi selvatici, e frumento spigolato fra le ristoppie, e lumache e rane: tutto deve servire o per la famiglia – pane, combustibile, minestra – o per cavarne qualche po’ di denaro vendendo il supero sulla piazza o per le vie.

“Sopra tutto è il frumento che le donne conservano gelosamente, poi che dovrà essere pane per l ‘inverno maledetto. Si che assai raramente la storia cittadina registra il caso che, anche nelle annate di carestia, i terrazzani siano usciti a domandar del pane, e tanto meno ad assaltar i forni e le panetterie, o abbiano accettato dalla provvidenza  pubblica un lavoro che non è il loro, ma che etimologicamente doveva essere tale, quello cioè di aprire un fosso di scolo, di sterrare, di cavare e trasportare pietre.

“Quando le donne restano in casa. lavorano ad intesser bruscole di giunchi per l’oleificio e per il caseificio, museruole per i buoi e per gli asini, a comporre scope e di giunchi e di cannucce, grandi e piccole, di forme diverse, tanto utili e tanto ricercate. Sono le terrazzane infine che lavorano a rompere con la zappetta le zolle rovesciate dall’aratro, che mondano i campi di frumento dalle erbacce, che danno il maggior contingente di vendemmiatrici.

“Così, il terrazzano, fra il maggior guadagno dell’estate e il minore dell’inverno, fra il suo guadagno e quello della moglie e quello de’ figliuoli, mette insieme un tre lire al giorno, le quali vanno spese tutte tra il sostentamento della famiglia, il mantenimento dell’indispensabile bestia, asino o ronzino che sia, e l’affitto della casa, o meglio del tugurio.

“Oh! Vederle coteste abitazioni, le più sontuose a pian terreno, le ordinarie scavate per tre o quattro metri sotto terra, umide, oscure, tetre, vere grotte, come il popolo le chiama, o pessime stalle, come sono nel migliore de’ casi; nelle quali la famiglia convive con l’animale e, qualche volta, due famiglie sono insieme con parecchi animali, in un luogo solo!

Poesia dedicata al terrazzano:

Scjàmme scjàmme

“Attannùte i kardùne… / …Kardùne attannùte…” / Nenne’ere ‘a voce de nu crestijane, / tampòke quelle de nu lupanàre / che, a sere annòtte,p’tutte na vernate / dind’e viche e strade, sendive de ‘ndrunà! / kjù che nu lùcchele, nu laminde ere, / ca poche e spisse te straziàve ‘u core, / quanne u cile apìrte, acque jettàve, / o a neve te ‘nzerràve ca’jjelàte / e a voria fredde, a facce te tagghjàve. / Da n’ome asceve stu cante lamentùse / p’venne a’ggente quatte Kardùne frisckje / accùvete a matìne dind’a n’urte. / ‘A faccia suje nenn’a canuscjve / pa’varva nere ‘mmesckjàte ca’ scurie, / pu’fonge ‘ngape ‘nzaccàte fin’e recchie, / dint’a nu pastràne arravugghjàte! / “Kardùne attannùte… / …Kardùne janghe e tìnere…” / Stu lùcchele u sanghe me jelave! / Nu lùcchele de ragge me parève / o de gastème p’na sorte ‘ngrate / che, a isse, sope a terra, era tuccàte! / ‘A vita suje niscjùne a canuscève! / ‘U curpe suje, segnalàte ere / de na brutta guerre ind’a trencèje, / avenne, pu’valore, na meraglia! /Era nu lùcchele de nu pover’ome, / che aveva date, senza maje receve! / Era nu lùcchele de nu sventuràte / povere a denare, ma ricche de buntà! / “Kardùne attannùte… / …attannùte i kardùne…! / Stu lùcchele ca vene dind’e recchie / quanne e’notte e attùrne tutte dorme, / ije, ‘ngile, u sende ancòre de ‘ndrunà! / Nenn’ere nè de ragge o de gastème, / ere ‘u laminte de nu galant’ome / ck’na vite de stinte e senza dramme: / … ere ‘u lùcchele de Scjàmme Scjàmme! (Alfredo Ciannameo)