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Notizie e numeri dell’antica Fiera di Foggia

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L'antica fiera di Foggia

L’antica fiera di Foggia

“Il Campo Fiera di un secolo fa [il riferimento è alla prima metà del 1800] aveva la sua grandiosità, e se pure mancante delle attrattive architettoniche del novecento, aveva tuttavia una estensione ragguardevole: Basti pensare che tutto il vasto Piano delle Croci (oggi Piano delle Fosse), che si estendeva allora parallelamente al lato destro della Villa Comunale sino al Convento dei Cappuccini, quell’immensa area era totalmente occupata da migliaia di animali affluiti in carovane dai più lontani centri della Daunia e di altre province limitrofe.

Non esisteva a quell’epoca la ferrovia. Non c’era quella moltitudine di palazzi sorti nell’ultimo ventennio sul Piano delle Fosse. Il perimetro della città terminava lungo le mura esterne della Porta Arpana ai di cui piedi aveva inizio la campagna che si estendeva a mo’ di tappeto sino alle falde del Gargano.

Durante i giorni della Fiera questa immensa zona periferica, predisposta in sezioni corrispondenti ai paesi di provenienza ed ai rispettivi proprietari, rigurgitava a perdita d’occhio di quadrupedi. Vi era abbondanza di  colore e di folklore: vociare d’ogni linguaggio, costumi d’ogni luogo del meridione. La compravendita, punteggiata da imprecazioni e giuramenti solenni avveniva tra il via vai dei veicoli e dei cavalieri, tra lo spingi spingi dei visitatori. Ogni tanto qualche puledro focoso sfrecciava al galoppo aizzato con grida assordanti dai “cafoni” o dai mediatori.

Non mancavano in quelle circostanze le astuzie e le frodi che mietevano dozzine di vittime tra i più ingenui. C’era così il povero diavolo che riprendeva la via del ritorno senza il becco d’un quattrino per aver incautamente perduto tutto il suo avere allo “zecchinetto”, o c’era lo sfortunato che s’eralasciato infinocchiare in un acquisto o in una vendita da un tizio intraprendente. La vita della fiera non si arrestava tuttavia al solo commercio del bestiame. Nelle famiglie provinciali era invalso l’uso di recarsi nel capoluogo per visitare i parenti preferibilmente durante le giornate fieristiche, giacchè accadeva che proprio in quelle occasioni molte ragazze avevano agio di conoscere giovani forestieri e concludere promesse di matrimonio che venivano salutate con improvvise feste e lauti pranzi, allietati da musiche, balli e canzoni paesane.

Lo storico Raffaele De Cesare (La fine di un Regno) a proposito dell’importante mercato agricolo foggiano, narra che persino lo stesso Ferdinando II vi veniva spesso per interessi personali, perchè, possedendo importanti feudi in Capitanata, faceva acquisti specialmente di cavalli, da lui prediletti, e lo si vedeva girare per Piano della Croce vestito in borghese e col tradizionale uncino in mano, al pari di ogni buon massaro del luogo, accompagnato da un codazzo di buttari che gli indicavano le varie razze appartenenti ai migliori proprietari di Puglia; ma che di solito preferiva comperare le migliori pariglie fra i puledri di razza Nannarone.

Ad onta però della popolare simpatia di cui godeva “Re Bomba”, gli avversari liberali approfittavano di quelle movimentate giornate per riunirsi senza alcun sospetto onde manifestare dei voti quasi sempre puramente sentimentali, oppure discutere di problemi inerenti il loro partito.” (questi gli attori e le comparse così come ce li ha lasciati descritti Mario Menduni in un articolo pubblicato su “IL CORRIERE DI FOGGIA” del 25 novembre 1948, poi ripreso nel 1958 su “Squarci di vita foggiana”)

L’antica Fiera di Foggia era il porto di approdo naturale, ed obbligato, per tutti i prodotti derivanti dall’allevamento ovino, che con la pastorizia transumante veniva praticato dai pastori dell’Abruzzo, del Sannio e del Molise sugli erbaggi assegnati nelle varie Locazioni della Dogana della Mena delle Pecore dopo aver condotto le proprie greggi nel Tavoliere percorrendo, per giorni e giorni, le vie erbose, i Tratturi.

Il piano delle fosse

Il piano delle fosse

L’estensione degli erbaggi nelle Locazioni veniva assegnata ai pastori (Locati) in proporzione al numero delle pecore possedute,  che in origine venivano effettivamente contate, in seguito solo “professate”, cioè dichiarate attraverso l’istituto della “professazione”; il che portava i locati a dichiarare più pecore di quelle effettivamente possedute  per ottenere maggiori superfici, e dall’altra parte garantiva più entrate alle casse dell’Erario dell’epoca. A fronte e proporzionalmente all’assegnazione i locati dovevano corrispondere la “fida”, una sorta di affitto, o meglio di canone concessorio trattandosi appunto di concessione di un bene pubblico. E proprio per mettere i locati nelle condizioni di poter corrispondere la fida, e la Dogana della Mena delle Pecore per garantirsi l’esazione della stessa, che quest’ultima imponeva che il tutto si concretizzasse prima che pastori e greggi riprendessero la via del ritorno. Il periodo ideale è il mese di maggio, l’occasione è la fiera.

Si punta tutto sulla lana prodotta, è possibile che gli agnelli nati nel Tavoliere, e invenduti, tornino in Abruzzo, non è così per la lana, perchè non è ammesso che dal Tavoliere possano uscire “pecore lanute”, cioè non tosate. Anche la lana invenduta resta a Foggia. Per il latte prodotto e i suoi derivati è altra storia.

Dopo la tosatura delle pecore, che nei tempi più antichi avveniva strappando il vello dall’animale, successivamente con rudimentali forbici, ma sempre provocando ferite agli animali che venivano curate con la pece, la lana veniva immagazzinata in apposti locali sparsi nella città: i “fondaci”; perciò “infondacare” e “sfondacare” erano le due operazioni che corrispondevano alla conservazione e al prelievo della lana dal “fondaco”. Queste operazioni competevano esclusivamente ai “pesatori di lana”, riuniti in “paranze”, gente proveniente dall’Abruzzo prevalentemente, perciò di fiducia dei locati. Le “paranze” erano: Aquila bianca (riferita al colore della lana), Aquila nera, Castel di Sangro e Sulmona. Ogni locato, indipendentemente dal proprio paese di origine, doveva far capo ad una di queste “paranze”. Queste erano dotate di appositi registri dove trascrivevano il nominativo del locato, la quantità e qualità di lana infondacata, le quantità sfondacate e vendute, il nome dei mercanti acquirenti.

Il “prezzo alla voce”, stabilito dall’amministrazione doganale sin nel 1667, rappresentava un indice di rapporto tra domanda e offerta nelle prime fasi di commercializzazione del prodotto, un punto di equilibrio fra fra produttori ed acquirenti, stabilito soprattutto per i più piccoli fra i primi, per proteggerli e sottrarli ad eventuali accordi di cartello da parte dei grandi mercanti.

La lana trattata durante la Fiera di Foggia era di diverse tipologie:

– Lana bianca: è quella di migliore qualità

– Lana carfagna: è una lana più grossolana

– Lana maiorina: detta pure maggiorina, si ottiene dalla tosatura di maggio in particolare dalle pecore di razza Gentile e costituisce quasi l’85% di tutta la produzione

– Lana castratina: si ottiene dalla tosatura dei castrati, è di media qualità, ed è quasi tutta acquistata dai mercanti del regno dell’epoca

– Lana ainina: ottenuta dalla tosatura degli agnelli, è di buona qualità ed è richiesta dai mercanti esteri dell’epoca

– Lana nera: di scarsa qualità, utilizzata per la tessitura di panni ruvidi, per confezionare abiti militari e religiosi, per i materassi; spesso è oggetto di elemosina ad enti religiosi: è una lana tipica di alcune  razze, la Moscia e la Carapellese

– Lana sboglia: ottenuta dalla tosatura delle estremità dei corpi delle pocore

– Lana matricina: ottenuta dalla tosatura di animali infecondi

A queste tipologie, per completezza, va aggiunta la lana agostina, tosata nel mese di agosto. Ma questo tipo di lana non è commercializzato durante la Fiera di Foggia, perchè ad agosto le greggi risultano già ritornate alle rispettive località di provenienza.

L’unità di misura della lana è il Rubbio di 10 rotoli che corrisponde a Kg. 8,91 e quelli che seguono alcuni dati relativi alla produzione:

Anno 1633 – Lana infondacata dalla paranza di Sulmona: Rubbi 15.850

– Conferitori alla paranza di Sulmona divisi per ceti sociali:

Baroni Rubbi 2.789 13 baroni
Chiese Rubbi 1.632 20 enti ecclesiastici
Ceto civile Rubbi 1.204 liberi professionisti, notai, dottori
Proprietari particolari Rubbi 10.225 provenienti da 43 comuni diversi

La produzione totale della lana nell’anno 1633 viene stimata in 40-45mila rubbi, la differenza è quindi da attribuirsi come conferita alle restanti tre paranze.

Anno 1718 – Produzione lana per paranza:

Aquila bianca Rubbi 39.107
Aquila nera Rubbi 20.704
Castel di Sangro Rubbi 18.404
Sulmona Rubbi 36.806
Totale Rubbi 115.021

Produzione per ceti sociali:

Baroni Rubbi 14.723
Chiese Rubbi 20.934
Ceto civile Rubbi 10.812
Proprietari particolari Rubbi 68.552
Totale Rubbi 115.021

Altri dati sulla produzione della lana:

1748 Rubbi 94.202
1749 Rubbi 107.278
1750 Rubbi 86.176
1788 Rubbi 82.946
1789 Rubbi 68.546
1790 Rubbi 89.540
1818 Rubbi 96.230
1819 Rubbi 93.393
1820 Rubbi 73.797
1830 Rubbi 65.711

Dai registri dei “pesatori di lana” riuniti in “paranze”, emergono altri elementi.

 – Paesi di origine dei locati-produttori riscontrati fra gli anni 1623 e 1675:

Agnone – Bagnoli – Campo di Giove – Calascio – Capracotta – Civitella – Caramanico – Castelvecchio – Frattura – Gioja – Lecce d’Abruzzo – Lucoli – Ovindoli – Opi – Pescopignataro – Pietranzieri – Pescasseroli – Pacentro – Pescocostanzo – Pettorano – Polena – Roio – Rovere- Rivisondoli – Rocca Vallescura – Roccaraso – Sulmona – Vastogirardo – Villa di Lago.

In particolare, dai dati relativi alla sfondacatura della lana, si può rilevare la presenza di acquirenti stranieri [per l’epoca] di lana alla Fiera di Foggia:

Anno Località n. acquirenti Quantità acquistata (rubbi)
1623 Bergamo 5 1.889
1635 Firenze 1 402
1645 Messina 1 256
Palermo 1 80
Venezia 1 3.206
1655 Bergamo 11 2.451
Venezia 5 1.162
1665 Messina 1 65
1675 Bergamo 1 418
Como 1 87
Palermo 1 115
Venezia 2 10.046
1685 Bergamo 1 3.582
Venezia 3 26.995
1695 Bergamo 5 21.205
Messina 1 350
Palermo 1 226
Venezia 1 3.970
1700 Bergamo 7 36.300
Messina 1 174
Palermo 1 169
Brescia 1 1.568
Siracusa 1 96

Gli addetti alla pastorizia transumante erano 8-10 per ogni 1.000 pecore; nel 1871 furono accertati circa 23.000 addetti alla pastorizia che utilizzavano i tratturi.

Capi di bestiame transumante:

Anno 1532 550.000
Anno 1536 1.048396
Anno 1580 4.250.000
Anno 1598 4.286.380
Anno 1604 5.500.000
Anno 1611 2.633.339
Anno 1840 1.200.000
Anno 1958 205.000

Particolarmente apprezzati, anche nell’ambito fieristico, erano i castrati; la loro carne era considerata “gustosa ed odorosa e non con nausea pecorina”. I compratori venivano dalla Toscana, dall’Umbria, dalla Romagna e soprattutto dallo Stato Pontificio.

Considerando che il tasso medio di fertilità delle pecore era dello 0,5 – cioè 0,5 agnelli per pecora – è facile calcolare, sul numero del bestiame transumante, le centinaia di migliaia di agnelli nati, in buona parte destinati alla macellazione anche attraverso il canale della Fiera, così come le pecore sterili e quelle ormai uscite fuori dal ciclo produttivo, che man mano venivano reintegrate da parte dei nuovi nati.

Il latte ricavato dalla mungitura delle pecore veniva trasformato in prodotti di immediato consumo come la ricotta e i butirri, invece per il formaggio (cacio) i pastori abruzzesi normalmente si limitavano alle prime fasi della lavorazione: bollitura, caglio e riduzione in pasta, mentre mercanti del barese, soprattutto “i coratini”, provvedevano fino alla fase della stagionatura e quindi alla commercializzazione anche durante il periodo della Fiera.

Il formaggio veniva confezionato in forme a 20 – 30 – 80 e 100 rotoli (1 rotolo = gr. 891) e venduto a cantaia da 100 rotoli pari a kg. 89,1.

Produzione anno Cantaia
1801 69.314
1803 43.882
1805 50.066
1807 55.348
1809 41.056
1811 51.880
1813 41.258
1816 41.125
1818 82.833
1820 61.235
1822 37.677
1824 78.321
1829 72.180
1830 70.020

Le pelli degli animali macellati, agnelli e pecore, venivano acquistate e successivamente commercializzate dai c.d. “bassettieri”. Questi acquistavano le “bassette” (forse un riferimento al poco spessore delle stesse dopo la trattazione ed essicazione ed al loro affastellamento in una quantità convenzionale) per poi rivenderle agli opifici di manifattura guanti, quelle di agnello e soprattutto nel napoletano, e per la confezione della cartapecora, appunto quelle di pecora.

La trattazione delle pelli degli animali non rientrava obbligatoriamente nel canale fieristico, perchè non soggette a particolari imposizioni doganali.

Il consumo di pane nella città di Foggia, nei giorni della fiera del  1835 e del 1836, fu il seguente:

Fiera del 1835

1° giorno 11.557 rotoli di pane
2° giorno 13.374 rotoli di pane
3° giorno 14.758 rotoli di pane
4° giorno 14.174 rotoli di pane
5° giorno 12.841 rotoli di pane
6° giorno 8.575  rotoli di pane

Fiera del 1836

1° giorno 16.997 rotoli di pane
2° giorno 17.357 rotoli di pane
3° giorno 17.597 rotoli di pane
4° giorno 17.157 rotoli di pane
5° giorno 16.992 rotoli di pane
6° giorno 11.349 rotoli di pane

Questi dati a confronto permettevano di calcolare l’afflusso di forestieri nella città di Foggia durante i giorni della fiera. Posto che la popolazione di Foggia, all’epoca, si aggirava sui 25.000 abitanti, e che il normale consumo di pane era di 10.500 rotoli, si riscontra un picco di 11.300 consumatori in più rispetto al normale con riferimento ai 17.597 rotoli consumati nella terza giornata di fiera dell’anno 1836. [Questi i dati e i calcoli rilevati dalla fonte consultata, in effetti operando con gli stessi dati si otterrebbe una presenza di forestieri ancora maggiore, ma il senso, e l’aspetto confermato, nell’uno e nell’altro caso,  è quello dell’importanza della fiera di Foggia rilevabile anche dal numero di presenze  di operatori e visitatori nei giorni che la stessa si svolgeva]. (Raffaele De Seneen)