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Michele Angiolillo

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Michele Angiolillo, il bell’anarchico da Foggia alla “garrota”
Così titola una vecchia pagina di giornale, ormai ingiallita dal tempo, a firma di Mario Laterza, che conservo gelosamente fra le mie cose su Foggia.
Angiolillo1Michele Angiolillo, di Giacomo e Lombardi Maria, nasce a Foggia il 5 giugno 1871 da una famiglia numerosa e di modeste condizioni. Frequenta l’Istituto tecnico e giovanissimo si iscrive al Partito Repubblicano Intransigente del quale, poco più che ventenne, assume la segreteria politica del circolo cittadino “Aurelio Saffi” che aveva la sua sede in Via Zingani.
Angiolillo viene chiamato alle armi nel 1892, a Napoli, come allievo ufficiale. E’ in quel periodo che viene accusato di propaganda sovversiva nell’esercito per aver aver aspramente contestato il deputato radicale Matteo Imbriani in occasione della commemorazione della Repubblica partenopea del 1799. Degradato al rango di soldato semplice e trasferito, prima a Borgo San Donato (Parma), successivamente alla Quinta compagnia di disciplina di Capua e sottoposto alle brutalità previste dalla “rieducazione” per gli ufficiali dell’esercito.
Angiolillo viene congedato nel 1894 e fa ritorno a Foggia. Si allontana dal Partito repubblicano per assumere posizioni politiche più intransigenti, di contrasto e di lotta  alle istituzioni. Nel frattempo trova occupazione presso la tipografia “Pascarelli” di Via Arpi, e durante le elezioni del 1895, scrive, stampa e diffonde un manifesto di propaganda per la candidatura del socialista Nicola Barbato; manifesto che per lui rappresenta solo una forma di protesta contro il governo Crispi che da poco ha approvato le leggi speciali contro gli anarchici (domicilio coatto, scioglimento di tutte le associazioni anarchiche, socialiste ed operaie). Accusato di “eccitamento all’odio fra le classi sociali”, viene arrestato e successivamente rilasciato in libertà provvisoria.
Nello stesso anno, in occasione del suo interessamento, pare a favore di una zia, perchè a questa venisse riconosciuto il gratuito patrocinio, Angiolillo la accompagna presso il tribunale di Lucera, dal Cav. Gioja, Procuratore del Re, e quel che ne sorte è tutto il suo sdegno e la sua amarezza che ormai affondano le radici nel vissuto personale e nella constatazione dello sfruttamento dei deboli e dei contadini senza terra, i braccianti. Tutto questo lo porta a scrivere e pubblicare una lettera aperta indirizzata anche all’allora Ministro di Grazia e Giustizia, che di seguito si riporta:
 A S. Eccellenza il Ministro di grazia e giustizia
Roma
 
Mosso non da quella sfrenata egemonia che sfortunatamente ammorba oggi la società, ma solamente da quell’amor proprio che dovrebbe essere guida dell’umano consorzio le espongo nella sua più cruda realtà uno spiacevole incidente causato dall’agire scorretto ed ineducato di un magistrato.
Mi son recato stamattina  a Lucera per presentare a quel Tribunale una domanda, accompagnata dai relativi documenti, per ottenere il gratuito patrocinio per una persona di mia famiglia, con la quale mi sono presentato al Procuratore Cav. Gioja.
Credetti opportuno, consegnando i documenti, aggiungere a voce una ragione importante, per la gravità della quale il Procuratore non avrebbe potuto fare a meno di darle la precedenza sulle altre istanze già presentate.
Se non che il sig. Procuratore non mi permise  di esporre il mio concetto. Sale in tutte le furie, , e <<voi siete anarchici>>, mi dice, <<e volete che la giustizia stia ai comandi vostri?>. Avendogli io fatto notare con quei modi cortesi, comuni a tutti i galantuomini, da cui le mille miglia è lontano il Procuratore Cav. Gioja: che l’ANARCHIA in una questione tutta civile e che non concerneva me direttamente, vi entrava solo perchè lo voleva lui, il caro Gioja, un cranio senza fosforo, con modi degni di lui, villano e imbecille fino alla nausea, non avendo nemmeno rispetto verso una signora che io accompagnava e per la quale mi avevo fatto a lui annunziare, m’impose uscir fuori dal suo gabinetto.
Non pronunziai sillaba ed uscii, mentre lui, il Procuratore mascalzone, non cessava di ripetere la parola anarchico accompagnata da frasi molto degne di chi le pronunziava.
E tutto ciò perchè io ho un reato in pendenza per reato di stampa, avendo nell’ultima elezione sostenuto con un manifesto la candidatura di quell’anima adamantina, del Dottor Nicola Barbato, non per coerenza di principi, perchè mi dichiarai anarchico e antiparlamentare, ma solamente per protestare contro le leggi eccezionali, emanate dalla mente vuota del trigamo ministro.
Addito a S. Eccellenza questa CAROGNA TOGATA che non esito a chiamare uomo di fango. Il Cav. Gioja che non è una volta ma un milione di volte vigliacco perchè di quel potere che gli è stato affidato a difesa dei deboli e degli oppressi, se ne vale per sfogare il suo vile odio contro di me, forse perchè gli dolse la deliberazione della Camera di Consiglio che in data 27 dello scorso luglio mi concedeva la libertà provvisoria.
Certo, l’aver voluto provocarmi col mettere su l’anarchia in un momento quando tutto poteva discutersi fuorchè la questione dei principii, dimostra la trivialità e la viltà del Cav. Gioja e la malvagità del suo animo.
Alle sue basse provocazioni avrei dovuto rispondere ben diversamente che col silenzio dei gentiluomini, ma non volli insudiciare la punta dei miei stivali lasciandogli il rimorso. se n’è suscettibile, di aver offeso senza provocazione.
A S. Eccellenza il Ministro di Grazia e Giustizia, al popolo, alla magistratura italiana addito questo indegno sacerdote della dea Temi.
 
Foggia, 31 agosto 1895 – Michele Angiolillo
                                                                                                                                                                                                                                                                 

Per questa lettera aperta, Angiolillo viene condannato in contumacia a diciotto mesi di carcere e tre anni di domicilio coatto alle Isole Tremiti, che riesce ad evitare partendo partendo per Genova e di lì a Marsiglia, poi a Barcellona.

Angiolillo è a Barcellona, dove è presente una nutrita e organizzata colonia di emigranti italiani, quando, il 7/6/1896 una bomba scoppia durant la processione del Corpus Domini provocando dodici morti e numerosi feriti (Mario Laterza scrive di tredici morti e trentacinque feriti  di cui molti bambini). L’attentato subito individuato di matrice anarchica, risultò poi essere stato opera di agenti provocatori della polizia, ma diede il via ad una repressione da parte del Governatore Canovas del Castillo, che coinvolse quattrocento persone fra anarchici, socialisti e repubblicani di cui diversi italiani seguaci delle teorie bakunianearrestati, rinchiusi e torturati nella fortezza di Montjuich. “Accertate” ed estorte con la tortura le responsabilità della strage, vennero comminate da un Tribunale militare 29 condanne a morte e 59 ergastoli.  E’ probabile che alcune condanne siano state commutate perchè il Laterza parla di 5 condannati a morte (Tommaso Aschieri, Giuseppe Molas, Antonio Nogues, Luis Mas, Giovanni Alsina), venti condanne a pene diverse e sessantuno espulsi dalla Spagna.

Nell’agosto 1896 Angiolillo lascia Barcellona e il suo lavoro nella tipografia della rivista “Ciencia Social” e torna a Marsiglia dove sconta un  mese di carcere per aver fornito false generalità. Espulso dalla Francia, trova riparo in Belgio, prima a Liegi, poi a Bordeaux dove trova lavoro nella tipografia Briannèe.

Agli inizi di marzo 1897, Angiolillo si trafserisce nuovamente a Londra rientrando in contatto con molti anarchici arrestati e torturati per la strage di Barcellona che lì avevano trovato rifugio; a giugno il gruppo si infoltisce di altri ottanta esplulsi, e va da se che l’odio verso Canovas del Castillo e il governo spagnolo per la repressione e per i fatti di Montjuich sia pane quotidiano, così come lo era la solidarietà e la mutua assistenza che legava i vari gruppi, gruppetti e circoli libertari ed anarchici frequentati anche da Michele Angiolillo, che trova lavoro come compositore pressio la tipografia “Wertheimer&Leo Printers”.

E’ in questo clima che Angiolillo matura l’idea di un gesto eclatante, che si indirizza nei confronti di Canovas, simbolo del potere spagnolo,  al suo arrivo a Parigi dove si trasferisce, e dopo gli incontri avuti con il medico portoricano Emetrio Betances y Alcan (conosciuto per le sue lotte a favore dell’abolizione della schiavitù e per l’incitamento alla rivolta del popolo contro la Spagna che in quegli anni occupa Puerto Rico, Cuba e le Filippine).

Michele Angiolillo nel luglio 1897 lascia Parigi per Bordeaux, poi si reca a Madrid dove, spacciandosi per un giornalista, ottine notizia sul Canovas che si trova, per cure, alle terme di Santa Agueda nei Paesi Baschi. Il 4 agosto 1897 Angiolillo arriva a Santa Agueda e si registra alle terme con il nome di Emilio Rinaldi, cittadino italiano di 26 anni. Per tre giorni studia i movimenti del Canovas e l’8 agosto, domenica, assiste alla messa cui partecipa anche il Canovas in compagnia della moglie. Attende che i due si separano al termine della funzione, ha già deciso di usare il revolver che si è procurato e non l’esplosivo, di cui pure è fornito, a causa della presenza di molti bambini nelle terme, e all’una scarica quattro colpi, tre a segno, uno a vuoto, sul Canovas intendo a leggere un giornale seduto su una panchina di legno.

Angiolillo non scappa, si lascia disarmare e catturare dalle quattro guardie del primo ministro che subito accorrono. Michele Angiolillo, un tipo alto, magro, barba incolta, volto pallido (portamento eretto, barba ben curata, elegante nel vestite dice Laterza), anche in questa occasione mostra il suo carattere silenzioso, schivo, estroverso, educatissimo, cortese e sensibile ma anche impulsivo, intransigente e determinato.

Michele Angiolillo non risponde alle domande del magistrato incaricato del caso e viene trasferito nel carcere di Vergara, il suo riconoscimento definitivo avviene sulla scorta di testimonianze fornite da un incaricato di polizia appositamente inviato da Foggia. Il giorno 14 inizia il processo a porte chiuse dinanzi a un tribunale militare, Angiolillo è difeso d’ufficio da un tenente di artiglieria che nell’arringa chiede il riconoscimento dell’infermità mentale per il suo assistito, mentre il pubblico ministero ne aveva già chiesto la condanna alla pena di morte.Questa l’autodifesa dell’Angiolillo rocambolescamente trapelata dalle mura del carcere di Vergara:

 “Signori, voglio prima di tutto ripetere qui quello che ebbi occasione di dire al magistrato  istruttore che mi ha interrogato: io non ho complici. Voi cercherete invano un essare umano al quale io abbia partecipato il mio progetto. Io non ne ho parlato ad anima viva. Io ho concepita, preparata, eseguita l’uccisione del sig. Canovas assolutamente da solo.”

“Signori, voi non avete dinanzi un assassino, ma un giustiziero.”

“Da parecchi anni io seguo attentamente gli eventi di Europa. Ho studiato la situazione della Spagna e delle varie nazioni che le stanno vicino:Portogallo, Francia, Italia, Svizzera, Belgio, Inghilterra. Le mie occupazioni e le mie simpatie mi han messo in contatto continuo con la popolazione laboriosa e povera di questi paesi.Dappertutto ho incontrato lo spettacolo doloroso della miseria. Dappertutto ho inteso gli stessi lamenti, ho visto correre le stesse lagrime, ho sentito agitarsi le stesse rivolte, sorgere le stesse aspirazioni.”

“Ed anche dappertutto constatato presso i ricchi ed i governi la stessa durezza di cuore, lo stesso disprezzo delle vite umane.”

“Queste osservazioni generalizzate mi hanno condotto ad odiare le iniquità che pesano sulle società umane e che ne sono la base.”

“Degli uomini ardenti, energici, innamorati della giustizia si sono incontrati con me sulla via della rivolta. Questi esseri che l’ingiustizia indigna e che aspirano ad un mondo di benessere e di armonia, sono gli anarchici. Io ho simpatizzato con loro e li ho amati come fratelli.”

“E tutto d’un tratto ho appreso, insieme al pubblico inorridito che in questa terra di Spagna, terra classica dell’inquisizione, la schiatta dei torturatori non era morta. Ho saputo che delle centinaia di esseri umani, chiusi in una fortezza ormai tristemente celebre, vi subivano le peggiori torture. Ho saputo che erano rimessi in vigore, con quell’aumento di raffinatezza che porta seco il progresso scientifico, tutti i procedimenti dei carnefici del Medio Evo. Ho saputo che cinque di questi uomini sono stati assassinati, che altri settanta erano stati condannati a pene severe, che quelli di cui si era dovuto riconoscere l’innocenza, erano colpiti da bando, e che tutti questi esseri erano anarchici, o considerati come tali.”

“Allora io, mi son detto, o Signori, che tali atrocità non dovevano restare impunite, ed ho cercato i responsabili. Al di sopra dei gendarmi facenti funzione di carnefici,  degli ufficiali facenti funzione di giudici e che tutti eseguivano degli ordini, io ho visto colui che questi ordini dava.”

“Ho sentito al fondo del mio cuore un odio invincibile contro quest’uomo di stato che governava col terrore e colla tortura, contro questo ministro, che mandava al macello migliaia di giovani soldati, contro questo patentato che riduceva alla miseria, schiacciandolo sotto le imposte, questo popolo spagnuolo che potrebbe essere tanto prospero in un paese così felice e ricco, contro quest’erede dei Caligola e dei Nerone, questo successore di Torquemada, quest’emulo di Stambuloff e di Abdul-Hamid; contro questo mostro di cui io son felice e fiero di aver sbarazzato il mondo: Canovas de Castillo.”

“E’ egli una cattiva azione abbattere una tigre sanguinaria i cui artigli lacerano dei petti, le cui mascelle stritolano delle teste umane? E’ egli un delitto schiacciare il rettile dal morso letale?”

“Per la carneficina fatta, la mia vittima era da solo più che cento tigri, più che mille rettili. Essa personificava, in ciò che hanno di più ripugnante, la ferocia religiosa, la crudeltà militare, l’implacabilità della magistratura, la tirannia del potere e la cupidità delle classi possidenti.”

“Io ne ho sbarazzato la Spagna, l’Europa, il mondo intero. Ecco perchè io non sono un assassino, ma un giustiziero!”

“Ed ora, che vi ho fatto conoscere, o Signori, i motivi che mi hanno spinto, mi resta ad indicarmi le conseguenze probabili del mio atto dal punto di vista sociale in generale e dal punto di vista spagnolo in particolare……….”

(A questo punto l’autodifesa dell’Angiolillo viene definitivamente interrotta dal Presidente del Tribunale che gli ingiunge formalmente il silenzio)

Non furono solo i fatti di Montjuich ad impressionare Angiolillo, la sua visione era ben più vasta anche se concentrò l’attenzione su chi, per lui in quel momento, rappresentava un simbolo dell’oppressione: Antonio Canovas del Castillo (Malaga 1828-Santa Agueda 1897), Presidente del Consiglio spagnolo, sosteneva la politica di repressione sanguinaria ai danni degli oppositori nelle colonie, ma anche in Spagna governava con il pugno di ferro. Sotto la sua Costituzione, che doveva durare per mezzo secolo, la Chiesa e i latifondisti erano tornati forti e avevano tutte le intenzioni di restare tali; di conseguenza le elezioni vennero spudoratamente manipolate: contadini e affittuari dovevano votare come il padrone comandava, se non volevano venire cacciati; gli scrutini erano effettuati da caporioni politici, i caciques, che sguinzagliavano bande armate note come El Partido de la Porra (il partito del manganello), e se queste non risultavano efficienti, le schede elettorali venivano distrutte o sostituite. La corruzione politica ed economica si estese da Madrid in misura molto superiore rispetto a quanto accaduto nei secoli precedenti. I tribunali erano corrotti fino alle preture di villaggio e nessun povero poteva sperare di fare sentire le proprie ragioni, per non parlare di ottenere giustizia.

Peraltro, in quel periodo, gli attentati ai potenti non si contano. Votati alla morte, disperati e anarchici si recavano al patibolo in pace con la  propria coscienza rivoluzionaria.

Pochi mesi prima dell’atto firmato da Angiolillo, a Roma, aprile 1897, il giovane Pietro Acciarito aveva cercato di uccidere a colpi di pugnale il re d’Italia Umberto I. Fallì nell’intendo e venne condannato all’ergastolo. Nel 1898, un altro anarchico italiano – Luigi Luccheni – uccideva a colpi di lima, sul lungomare di Ginevra, Elisabetta d’Asburgo, imperatrice d’Austria e moglie di Francesco Giuseppe. Luccheni, condannato all’ergastolo, si impiccò in carcere. Passa un anno  e l’anarchicio Gaetano Bresci, operaio tessitore, uccide a Monza con tre colpi di pistola il re Umberto I di Savoia, riuscendo così nell’impresa fallita dall’Acciarito. Condannato all’ergastolo, Gaetano Bresci muore in circostanze misteriose nel penitenziario di Santo Stefano.

Alle 11 del 20 agosto 1897, Angiolillo rifiuta i conforti religiosi e viene garrotato nel cortile del carcere di Vergara; il suo corpo viene sepolto in una tomba senza nome in terra sconsacrata.
“Prese congedo dai giudici e dai suoi difensori, salì da solo
i ventiquattro gradini, poi senza l’aiuto del carnefice
sedette nella saronna fatale e domandò di pronunciare
una sola parola. E con voce chiara disse: Germinal!
Gli attaccarono le ginocchia e le braccia al banco
e gli passarono la cravatta di ferro al collo:
Non volle che gli fosse coperto il viso.
Il carnefice dette un giro e mezzo alla manovella,
il corpo ebbe un leggiero sussulto
e la testa si inchinò a destra coi grandi occhi aperti”
(“Avanti! ” del 25 agosto 1897)
Il gesto di Angiolillo ebbe conseguenze indirette per l’indipendenza di Cuba e Puerto Rico. Circa un secolo dopo, Frank Fernandez scrive: “l’uccisione di Canovas del Castillo cambiò il destino della storia”.
Questo il contenuto della lapide a ricordo di Michele Angiolillo posta nell’omonima via cittadina:
IL 5 GIUGNO 1871
IN QUESTA CASA NAQUE
 
MICHELE ANGIOLILLO
 
GIUSTIZIERE DI CANOVAS DEL CASTILLO
ONDE S’EBBE
LA SUA IMMORTALITA’ NELLO SPIRITO
FIERI DELLA SUA GESTA
GLI ANARCHICI CONCITTADINI
MANDANO AI POSTERI
CON FIEREZZA E GLORIA
L’EROE DELL’UMANITA’
——-
9 AGOSTO 1897
NEL 49° ANNIVERSARIO DEL MARTIRIO
 
E’ immaginabile la vasta eco che l’evento ebbe a livello internazionale. Recentemente, mi è stato portato dalla Francia una copia del “LE PETIT JOURNAL” –  “Le Supplément illustré – Huit pages: cinq centimes”, porta il numero 353 ed è datato “Dimanche 22 Aout 1897”. E’ un giornale del tipo “La Domenica del Corriere”, anch’esso con la copertina illustrata da un disegno alla Achille Beltrame o Walter Molino.
Il numero in questione porta appunto una bella ed efficace rappresentazione animata di quell’evento a firma di un tal Carrey, e il titolo a piè di pagina “L’ASSASSINAT DE M. CANOVAS – Président du ministére espagnol”.
All’interno, nella rubrica “La semaine” (i fatti della settimana), solo poche righe, probabilmente le vere generalità di Angiolillo non sono state ancora accertate, così come tutte le circostanze del fatto:
“Un lugubre et atroce événement: l’assassinat de M. Canovas del Castillo, premier ministre d’Espagne, par un sicaire anarchiste, émule de Caseiro – et son compatriote, d’ailleurs – stimule les prèoccupations de notre Direction de la Suretè gènèral, au point de vue, tout d’abord, du voyage du chef de l’Etat  à l’èntranger. Et l’on doit croire que, du cotè de non amis de Russie, pareils soucis doivent susciter un redoublement de vigilane.”
 
          L’articolo poi prosegue lungamente sui sistemi di sicurezza che si stanno approntando per il viaggio del Capo dello Stato francese in Russia.
(a cura di Raffaele De Seneen)

 

Fonti: – “Dalla Grande Provincia” e “Gazzetta del Mezzogiorno” articoli di Mario Laterza, Saverio Rollo e Michele Gualano – “micheleangiolillo ANARCHICO” di M. Gualano – Ed. Il Castello – 2004 – “La sangre de Santa Agueda” di F. Fernandez -1994 – “La guerra civile spagnola” di A. Beevor – Ed. Mondolilbri spa Milano – 2007
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L’esecuzione (a cura di Michele Gualano)
Alle 11 del 20 agosto 1897, dopo aver rifiutato i conforti religiosi offerti dai padri dominicani e dopo aver risposto brevemente a una lettera della madre, Angiolillo fu condotto nel cortile del carcere di Vergara per essere giustiziato con la garrota. La notte l’aveva passata nella piccola cappella del penitenziario in compagnia di alcuni militari di guardia e di alcuni religiosi i quali avevano tentato inutilmente di ottenere la conversione del condannato e il pentimento. L’esecuzione della condanna fu affidata a Gregorio Mayoral Sendino, il il boia del tribunale di Burgos. Angiolillo, una volta sistemato sulla garrota, rifiutò di indossare anche il cappuccio nero che solitamente veniva messo ai condannati a morte. E sul palto rifiutò ancora i conforti religiosi. Urlò, poco prima di morire, «Germinal!», il titolo del libro di Emile Zola. Lo stesso giorno, un’ora prima del tramonto, il corpo dell’anarchico fu sepolto in una fossa senza nome, in terra sconsacrata.
Dopo la morte di Angiolillo, ci fu un fitto carteggio tra le autorità spagnole e Maria Michelina Lombardi, madre dell’anarchico; carteggio “mediato” dalla Prefettura di Foggia, dal ministero degli Esteri italiano e dall’Ambasciata d’Italia a Madrid. La signora Lombardi chiedeva la restituzione degli abiti del figlio e delle trenta pesetas che Angiolillo aveva addosso al momento dell’arresto. «Capirà – scrisse Maria Lombardi al Prefetto di Foggia nella lettera del 21 settembre 1897 – sono reliquie, ricordi che in certo qual modo allevieranno il grande dolore e ricorderanno il figlio morto disgraziatamente ancor giovane». Ma i pochi effetti personali di Michele Angiolillo furono bruciati il 25 ottobre 1897, ufficialmente perché tossici e quindi pericolosi. Uno degli abiti, “senza determinare quale” (questa la versione ufficiale comunicata dal governo spagnolo all’ambasciatore italiano a Madrid), era impregnato di acido prussico. In realtà il governo voleva evitare che si creasse un nuovo martire e tentò in ogni modo di cancellare la memoria di Angiolillo persino tramite la distruzione degli effetti personali.
Dall’omicidio di Canovas fino alla fine del secolo, il ricordo dell’anarchico fu tenacemente contrastato dalle autorità italiane e spagnole. La signora Maria Lombardi ricevette, il 22 marzo del 1898, soltanto le 30 pesetas, pari a 24,72 lire: circa la metà di uno stipendio medio, in Italia, dell’epoca. L’“eredità” di Angiolillo fu consegnata dal giudice istruttore spagnolo al console italiano a San Sebastian e da questi all’Ambasciata d’Italia a Madrid, i cui funzionari si preoccuparono di inviare il denaro alla mamma tramite il ministero degli Esteri.