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Ode alla Madonna dei Sette Veli

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In occasione dell’inaugurazione della nuova sala Manzoni della Biblioteca Diocesana di Foggia, avvenuta il 28 novembre 2007, a cura della stessa, presso Falcone Grafiche di Manfredonia, è stato prodotto un volumetto comprensivo  della ristampa anastatica (ogni procedimento che permette di ottenere una nuova stampa di un testo già stampato) de “Le Glorie della B. V. D’Icona Vetere”  del sacerdote Luigi Velle date in Foggia nel 1812.

Trattasi di un’ode, molto bella e tutta nostra, alla Madonna dei Sette Veli, il cui originale è stato rinvenuto da P. Mario Villani, Direttore della Biblioteca Diocesana, e rispetto alla quale, Don Fausto Parisi, Direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Foggia, nelle “Due parole di presentazione” dice: “Troppo spesso, infatti, ci si dimentica della storia locale e di coloro che ci hanno preceduto e delle loro opere. Il rischio di essere un popolo senza memoria è palpabile non solo nelle nuove generazioni, ma anche in quelle di una certa età.  La pubblicazione che in questa occasione vede la luce vuole appunto colmare una lacuna e ridestare una memoria”.

La lodevole iniziativa, e l’opuscolo in distribuzione gratuita, non credo saranno sufficienti a far uscire l’opera riscoperta di Don Luigi Velle dal circuito degli “addetti ai lavori”. Questo, e il giusto richiamo di Don Fausto Parisi, mi spingono a proporla ai frequentatori e visitatori di questo sito “foggiano”.

Alla breve presentazione, segue una precisa ed esaustiva introduzione del Can. don Donato Coco sugli aspetti più “tecnici e liturgici” dell’ode. Da entrambe veniamo a conoscenza della figura di don Luigi Velle.

Don Luigi Velle nacque a Foggia il 15 maggio 1777, da Antonio di Lucera e Faustina La Ministra di Troia e morì a Foggia il 22 marzo del 1847. Fu canonico della Cattedrale e si distinse per una nutrita attività letteraria nonchè pastorale. Il poemetto in ottava rima, “Le Glorie della B. V. D’Icona Vetere”, è dedicato con un epigramma latino a Mons. Gabriele Papa, Vicario Generale della Diocesi di Troia, da cui Foggia all’epoca dipendeva. Don Luigi Velle pubblicò pure in versi “Le Litanie della B. V. Maria de’ sette dolori” (Foggia 1854), e si conserva in archivio (diocesano) anche una versione italiana dello “Stabet Mater”, stampata a Foggia nel 1831, a lui attribuito, anche se non porta in fronte il nome dell’autore.

“LE GLORIE DELLA B. V. D’ICONA VETERE, descritte dal sacerdote L. V. (edite in Foggia presso Giuseppe Verriento) sono datate MCCCXII.” sono precedute da un “Avviso a chi legge” e dal già citato epigramma in latino.

AVVISO  A  CHI  LEGGE

_______ . ________

La Icona-Vetere è una Immagine, come si ha dalla tradizione, dipinta da S. Luca. Passò dalla Grecia a Siponto, indi all’Arpi, e dall’Arpi qui a Foggia, dove al presente si adora. Ella si trova espressa sopra d’un legno di cedro, da cui miracolosamente apparì la prima volta nel 1731, nell’evento funesto del Tremuoto; e fin d’allora è sempre mai apparsa, ed appare, dispensando i copiosi suoi favori in tutte le occorrenze. Detto legno la figura ci rappresenta di un vero parallelogramma bislungo; il quale ha per altezza palmi sette; largo tre presso a poco, di fronte quasi un quarto di palmo: e da entrambe le parti investito si vede di ricchi drappi; ma da quella parte, che riguarda il pubblico, dove è dipinto il suo volto, si scorge un occhio coverto di neri veli antichi, che porta per sua circonferenza un palmo, e mezzo in circa. E tutto ciò per tradizioni le più accurate.

Le Ottave a Corona pubblicate a tale aggetto colla stampa del mio strettissimo amico D.Giovanni Bredice, hanno animato il mio cuore a produrre i seguenti componimenti. Le Ottave del mio amico sono elegantemente scritte, e non prive del bello poetico. Ma esse si attengono ad encomiare la sola apparizione attuale della Immagine, senza descrivere le particolarità, che la Istoria interessano di quale sacro Deposito. Le civiche notizie ed avvenimenti non possono essere per lo più noti, che a’ Cittadini medesimi. Quindi mi son mosso a scrivere, e ‘l mio disegno non è stato altro, che di commentare i fatti storici su quell’istesso oggetto, in cui quelle Ottave furono concepite.

Che se poi escano alla pubblica luce i qui sotto-scritti cennati componimenti, lo è stato per inerire alle replicate urgenti istanze di un amico, cui mi fo pregio ubbidire, ed i di cui cenni sono tanti comandi. Essi non vanno adorni di quelle grazie e vivacità di estro, e voli, che nel Tasso,ed altri ammiransi. Te ne prevengo, o Lettore. E vivi felice.

L’epigramma:

PREACLISSIMO VIRO

G A B R  I E L I   P A P A

TROJANAE DIOECESIS VICARIO GENERALI

A L O Y S I U S   V E L L E

SUA CARMINA

  1. D.   D.

_____________

E P I G R A M M A

Pangere me, Gabriel, numeros pius impulit ardor,

Quos italo scriptso carmine mitto tibi.

Si tu noster amor, si dux tu pervigil unus,

Rite geris tantas Praesulis atque vices;

Excipe nunc versus, nigroque a dente tuere;

Illis atque tuum redde patrocinium.

Traduzione di don Donato Coco:

“Un pio ardore mi spinse, o Gabriele, a comporre questi versi che mando a te scritti in italiano. Se tu, nostro diletto, se tu attenta guida esplichi, secondo il mandato, l’ufficio di vicario, accogli i versi e difendili dal nero dente (dei maligni) e dona ad essi il tuo patrocinio”.

———————————————————————–

 

A MARIA D’ICONA – VETERE

_________  .  _________

 

I.

Alma del Ciel Reina e portentosa

Vergine o Tu, che in questi sagri veli,

Come luce del Sol tra nubi ascosa,

Tutto il chiaror degli astri aduni, e celi;

Chi esprimer potrà mai in rime, o in prosa

Come tuo volto, al più mortal qui sveli?

O come avvien ch’espressa in cedro legno,

Abbi tra l’uomo, e Dio diviso il Regno?

II.

Gli alti prodigj, e i rari pregi tuoi

La mia Musa a cantar fu sempre intenta;

Ma invan temprò la cetra, e a’ desir suoi

Vide l’opra mancar, la lena spenta.

Alfin d’un colle a piè si assiede, e poi

L’impresa a maneggiar di nuovo tenta;

E là tue lodi io ripigliava un giorno,

Quando Donna gentil m’apparve intorno.

III.

Pastor, sì prese a dir: qual mai desio

D’estro ti accende, ed a cantar ti sprona

Dell’alma Madre, e Sposa umil d’un Dio,

Che sotto il nome dell’antica Icona

Adora ogni mortal divoto e pio?

Spander forse vorresti in Elicona,

Come dagli altri non trattata impresa,

Che sia la Dea del Ciel tra noi discesa?

IV.

Qaul forza avrà della tua cetra il suono?

Quai voli i tuoi pensier, vivezza il canto?

Di tanto merto i carmi tuoi non sono,

Che a cantar d’un Mistero abbiano il vanto.

Nè del Meonio alloro il serto in dono

Avesti mai, o del Cantor del Xanto;

Ond’è che al suol del grand’ardir pentito

Cadrai co’ versi tuoi vinto e schernito.

V.

A lei mi volgo, e tu che a me favelli,

Dimmi chi sei?   Quella son’io, ripiglia,

Che pregi assai più chiari, almi, e novelli,

Spando di Lei che tanto a Dio somiglia:

Che dello stolto core i sensi felli

Oso sgombrar, ma con serene ciglia:

E quella son che meglio de’ tuoi carmi

Segno qualunque lode in bronzi, e in marmi.

VI.

La cetra, io le soggiunsi, i pregi altrui

Meglio che bronzo, o Pario marmo esprime;

E perchè il ver dilegui i dubbj tui,

Senza orgoglio, o livor che l’alma opprime,

Vediam chi della Dea maggior di nui

Possa i pregi cantar in prosa, o in rime….

Tesi le corde alla mia cetra un poco,

E mi accinsi a cantar con molto foco.

VII.

A’ primi accenti di quei carmi occorre,

Non come altrove colle Suore Apollo;

Ma agro genio, che d’intorno corre

All’alma cetra, che mi pende al collo:

Vuol che di Te cominci il canto a sciorre

Con più bel stil di chi cantò del Crollo;

E già con melodia, con nobil estro

Scorreva il canto mio spedito e destro.

VIII.

Tutto di Te spiegar volea talora;

Volea narrar, e Tu gran Madre, il sai,

Che più vermiglia che non è l’aurora,

E più del Sol son rifulgenti i rai.

Che da quei veli ne tramandi infuora;

E che fra gli astri paragon non hai:

Ma a me l’apparsa Donna di man tolse

La cetra, ed a cantar così si volse.

IX.

In la Città, che tu qui vedi appresso,

Che tanto in fra le altre il capo estolle,

Quanto su del viburno alto cipresso;

Al Seggio, che la Dea fondar si volle,

Mi trasse un giorno, non come altri spesso

Per ammirar Città; ma ardor non folle

Di solo ravvisar, se in mio pensiere

Fosser l’opre di Lei sognate, o vere.

 

X.

Avvezzo a vagheggiar i Templi, il Nume,

E l’are a rispettar, le pompe e riti,

Il povero mio cor orbo del lume

Entra nel Tempio, ed a suoi sguardi uniti,

I bei disegni d’appagar presume:

E chiedendo chi a lui l’Icona additi,

Scuopre delle sue voglie il grande oggetto;

Fiso lo mira, e con fervente affetto.

XI.

Ma guari non andò che fu distolta

Da’ guardi che stupito a me volgea

Veglio che in fronte avea gravezza accolta;

Che chino il capo accanto a me sedea.

Dell’Immago, ver cui era io rivolta,

Gli dimandai se fatto alcun sapea;

Ed ei cortese allor tutt’ a memoria

A parte a parte mi narrò l’istoria.

XII.

E so ben io da qual remoto clima,

Dopo di rie vicende un lungo errore,

Ella qui venne; ed or qual culto esprima

Verso di Lei ogni divoto core.

E fu la Grecia che l’offrì la prima

Omaggio di pietà, sensi d’amore:

Quindi dall’Arpi alla Città vicino

Accolta fu nel lido Sipontino.

XIII.

Della greggia di Cristo ivi si vide

Un pio Pastor, (a) che spesso al suol prostato

Dell’alme ad onta miscredenti e infide

Ossequio le prestava; e al Tempio usato

Quelle menava ch’eran giuste e fide.

Ma poi (non so come dispose il fato)

Di quella Immagin Santa un don ne feo

A’ voti ardenti del Colono Arpeo.

XIV.

Non genio marzial, (b) come altri suole

Non stimoli d’onor; ma rio desire

Di tutto far quel che il dover non puole,

S’arma di gente immenso stuol, che all’ire

Pronta si vede, e tutto strugger vuole:

Scorre per tutto, e del suo folle ardire,

Del cieco suo furor per dov’è esteso,

La Daunia tutta ne risente il peso.

XV.

E quando il Daco, e l’infelice Moro

Per queste piagge il suo poter distese;

Tutti i Templi spocgliò d’argento e d’oro,

E ignota l’Arpi al passaggier ne rese.

Dagli empi per sottrar quel bel Tesoro,

Un fido Arpan d’alta pietà s’accese:

E come proprio, ivi a celar lo venne

In secco stagno ove di poi s’invenne.

XVI.

Ma vedi il Ciel quanti bei mezzi adopra

Per li decreti suoi mandar qui fuori!

Ei quell’Immagin fa che pioggia cuopra,

E che ivi in tede accese un bue l’adori.

Quindi fa ancor che spirto umil la scuopra:

La sottragga di là: le presti onori.

Onde s’ebbe d’allor quel bel ritratto

Più che Palladio dall’incendio tratto.

XVII.

In Greche tele in su d’un Cedro epressa

Con bei colori è la sua viva Immago;

Cosa che di scoprir non è concessa.

So che nel dì, che tratta fu dal lago

Al Gufo, albergo vil, l’audacia istessa

Tentò svelarla, ma s’intenso e vago

Sparse intorno splendor, che il ciglio umano

Mal lo sostenne, ed il tentar fu vano.

XVIII.

Volgea l’età con ordinario corso

L’invida ruota al ritornar dell’anno

Trentuno e più del secolo trascorso,

Quando da’ cardin suoi, come altri sanno,

Scosse giù Pluto il grandioso dorso:

Tremò la terra, (c) e non fu lieve il danno:

Foggia concussa al fin cadde in gran parte,

Come si legge in memorande carte.

XIX.

Pallido in volto e di terror ripieno

Corre di Cittadin profugo stuolo:

Tentan le madri co’ lor pegni in seno

Fuggir; ma sotto al piè vacilla il suolo:

Si cangia in notte oscura il dì sereno,

E in volto espresso a ognun si legge il duolo:

Il frequente tremar i tetti atterra;

Nè al mio sicur piè regge la terra.

XX.

Cade sul genitor il figlio esangue;

Sul germano il german con egual sorte:

Sotto infranti macigni ingeme e langue

Presso allo sposo la fedel consorte:

Fugge ciascun fra tronchi busti, e sangue,

E trova al suo fuggir rovina e morte:

Tutto è lutto ed orror, e molta gente

Spira talor colla Città Cadente.

XXI.

E il Tempio che oggi, della Diva è sede,

Più volte scosso di cader minaccia;

Onde inoltrarvi alcun non osa il piede.

Avanti un pio Ministro (d) alfin si caccia;

Felice di morir ivi si crede:

La bella Effige in le divote braccia

Stringe, ed in fuor la tragge in un momento

Per soccorso ottener al fiero evento.

XXII.

Tratta già dal periglio, un dì qual’ Arca,

Che per favor del Ciel all’onde in seno,

L’onde micidial libera varca;

Ei di gran zelo, e di coraggio pieno

A por la va di vesti, e gemma carca

Nel tempio umil del Ciel protetto appieno;

Là dove i figli a rozze lane avvolti

Del Serafin d’Assisi (e) erano accolti.

XXIII.

Ivi fedel vi accorre un popol misto,

Misero avanzo del crudel periglio:

Squarcia i veli la Diva, e il non mai visto

Volto appalesa; e con sereno ciglio

Consola il popol suo dolente e tristo,

Che sembra augeo scampato a fiero artiglio.

E più lieto ciascun implora aita,

E ritrova i quiei rai salvezza e vita.

XXIV.

Non più s’agita il suol, non più si muove:

Cessan di morte le ferali scene.

Quel che prima ondeggiò, piegando altrove,

Torna in suo luogo, e il posto suo ritiene.

Al Tempio reso in miglior forme e nuove

Riede la Dea nostra salvezza e spene:

E da quel tempo all’alme fide appare

In mille aspetti, in mille guise e rare.

XXV.

Se avvien che scorga in empio cor profondo

Obbliquità di mente, o colpe rie,

Volge il ciglio talor sì rubicondo,

Che irate sembran le sue luci pie.

E spiega il viso allor almo e giocondo,

Come del padre al messaggiero un die,

Se scuopra in petto uman che fida un alma,

Sprezzi l’error della corporea salma.

XXVI.

E quindi Ella compare (f) or qual fiammetta,

Ed or qual globo di fulgor celeste;

Qual Colomba talor che i figli alletta,

Che l’ale spande, ed al suo sen le appreste:

Ed or…..ma che dirò!….se in Lei ristretta

La luce è tale, che il mio sguardo arreste?

Sol dico che il favore (e ognun lo dice)

D’allor ne gode il popol suo felice.

 

XXVII.

Che maggior culto a se prestar vid’Ella:

Che indi oprò la pietà tante belle opre.

Il serto d’or, che il crin le adorna (g), e quella

Che qual Reggia del Ciel (h) il vizio scopre

E i gravi falli, e i lievi error cancella.

Fole queste non son, che il ver ne copre,

Lo dica il peregrin, che a Lei divoto

Corre, l’adora, e glie ne scioglie il voto.

XXVIII.

Là lo stranier per invidiabil sorte,

E ‘l Cittadin fra la dirotta piova,

Che apre d’Averno le Plutonie porte

Sicuro porto a’ falli suoi ritrova:

Là della vita in fra le rie ritorte

Dolce ambrosia del Ciel sovente ei prova;

Anzi del mar reiste al rio disagi,

Se fia che un giusto cor trovi naufragio.

XXIX.

Se la colpa a punir il Nume in Cielo

Il freno scioglie all’ira sua tremenda:

O che di tuoni e lampi in denso velo

Ingombri l’aria, o l’atre nubi fenda;

E la terra minacci ignito il telo;

Correndo a Lei, che il colpo ne sospenda,

Volge al figlio lo sguard, e lo ferisce,

E l’ira allor, qual nube al Sol svanisce.

XXX.

O che fuor di stagion tra nevi algenti

Si cangia in crudo gelo il raggio estivo,

Ed in periglio son greggi ed armenti;

O che di pioggia il campo adusto è privo,

Onde vede il colon le ancor nascenti

Spighe mancar del succo lor nativo;

A Lei fa voti, suppliche, e promesse:

Tutto Ella salva, e ricca fa la messe.

XXXI.

A tanto udir ver Lei più avanzo il passo,

E dal quel vetro, che il suo volto cela,

Pria qual di luce orbicolato ammasso

Un raggio parte; e quindi a me si svela.

Mi accendo, e avrebbe allor un cor di sasso

Troncato a’ falli suoi l’ordita tela;

Verso di pianto un copioso fonte;

E piego al suol l’ossequiosa fronte.

XXXII.

Siede in quel legno; e con stupore impera,

Non quale in Cielo in fra sideree squadre;

O pur qual Cintia in la stellata sfera;

Ma qual de’ voti uman pietosa madre,

Che accoglie ogni sospir d’alma sincera;

Che porta in sen scolpito il Figlio, il Padre:

E che più volte il vago suo sembiante

Mostrar suole a ciascun quasi parlante.

 

XXXIII.

Ma che! Fra lo chiaror di tante cose

Ben ravvisai che provvidenza e cura

Sol fu del Ciel che in quell’Immagin pose

Lavor sì bello, che animò natura:

Che angelico pennello la compose (i):

Di Donna assunta in Ciel è la figura (k);

Ed è per quello, che si vede e ascolta,

La Vergin Santa in sette veli avvolta(l).

XXXIV.

Alfin quì tacque, ed abbassò la cetra

Colei, che un giorno al sguardo mio s’offerse,

E che il tuo nome, o Dea, innalzò all’etra

Con vaghe rime, e di dolcezza asperse.

Poi come suol chi l’altrui grazia impetra,

Riprese il suon con rime assai men terse;

E ver di me rivolta, in mille modi

Di Te m’impose, a ritacer le lodi.

XXXV.

Taci, mi dice: e perchè il bel chiarore

Alle lodi scemar vuoi della Diva?

Colpa non è d’ingegno, o di valore,

Come ne fosse la tua mente priva;

Ma che forza non è d’uman cantore

L’opre spiegar d’Immagin sagra e viva.

Lascia la selva, e i musicali accenti;

E ammira sol del Ciel gli alti portenti.

XXXVI.

Della Divinità le cifre oscure

Io non intendo, onde spiegar potessi

L’opre di Lei così perfette e pure.

A’ rai di tua ragion da’ sensi oppressi,

Dietro a tante ricerche, a tante cure

Di quella Effigie tu che mai confessi?

Genio divino è tra quie veli avvolto,

Sol dir potrai, ma non dirai tu molto.

XXXVII.

Si dice….e ogni altro dir mette in non cale;

E l’amabile cetra alfin mi rende.

Poi lieve il suol lasciando, in aria sale:

Qual d’Aquila immortal la forma prende,

E le liquide vie batte coll’ale;

Ma mentre a lento vol le nubi fende,

Fermasi, e a nome in alto tuon mi chiama;

E fuggendo mi dice: Io son la Fama.

XXXVIII.

S’ parte…. Ed ecco un’improvvisa luce

M’irradia, o bella Diva!… e ben intendo

A quale error un folle ardir conduce.

Quindi il valor non al desir giungendo,

A tacere di te mi riconduce.

Ivi l’ammabil cetra a un tronco appendo,

E segno in Lei, Che in questi veli ascosa

Comprensibil non sei, ma portentosa.

L’opuscolo del Sac. Don Luigi Velle, si compone di 21 pagine numerate. Nel riportarlo ho cercato di rispettare (imitare) al massimo la sua forma originale. A pagina 20 e 21 riporta rispettivamente un epigramma in latino e la relativa versione in italiano. Sul retro della pag. 21, le note relative alle 38 ottave.

CIVIBUS FOGETANIS DEIPARAM COLENTIBUS

SUB

AUGUSTO ICONIS-VETERIS TITULO

__________ . __________

GAJETANUS DELLA MARTORA

  1. H.

E P I G R A M M A

Gentibus Alma Parens non se; sua symbola pandit:

Saepe suo vultu Te, o Fogia, exhilarat.

Ut Luna, ut Nubes, nuno Mater, Diva, Puella

Integra, adhuc visu dimidiata nitet.

Quidnam hoc? Eximium Christus si propter Amorem

Se totum praebet mystico in Orbe manens:

Non Cedro Illa morans; ejusque Foramine tantum

Tota tibi advenius itque, reditque Pia.

VERSIONE DELLO ANTECEDENTE EPIGRAMMA

DELLO STUDENTE

E M I L I O   S C H I R A L D I

__________ . _________

SONETTO

 

O Foggia Tu, che fra le Belle bella

Di onor vai cara, e di auree gemme e tante;

Felice Te! che in sen racchiudi amante

La Reina del Ciel, di Dio l’Ancella.

Or qual Diva, qual Madre, or qual Donzella

A Te si mostra; ed il suo bel sembiante

Or dimezzato, ed or ti appare innante

Qual vaga Cintia, o qual lucente stella.

E perchè ciò?…..Se Cristo ormai dimore

Tutto per noi nell’Ostia in sull’Altare,

Il fin è sol di un eccessivo amore:

Nel Cedro Ella non v’è, donde compare;

E pur da un Occhio, che ivi è sculto in fuore

per trasporto d’amor sovente appare.

NOTE Corrispondenti alle Ottave

(a) Si allude a S. Lorenzo Majorano Arcivescovo di Siponto, secondo Guglielmo Durando. lib. 4 cap. 1

(b) Ciò avvenne quando l’Arpi, e tutta la Daunia fu da lle guerre travagliata.

(c) S’intende il fiero tremuoto che Foggia sperimentò a 20 Marzo alle ore 9 del 1731.

(d) Questi fu il Sacerdote D. Nicola Tudesco che la Sagra Immagine tolse dalla Nicchia da tutte parti concussa, e minaccia a delle infrante mura della sua Cappella. E ciò per relazione del Sig. D. Pasquale Manerba. Mem. sull’origine della Città di Foggia.

(e) Questi furono i Rev. PP. Cappuccini nella di cui Chiesa fu trasportata allora l’immagine da quell’istesso Ministro testè accennato. Maner.

(f) E’ vero si che la Vergine da quel sagro legno compare mai sempre in forma umana; ma sotto varj sembianti, come si ha dalla confessione pubblica d’uomini degni di fede.

(g) Il Reverendis. Capitolo Vaticano fu quello che nell’anno 1782 donò alla nostra Sagra Effige la corona di oro. Maner.

(h) A dì 27 Dicembre 1807 il Tempio dove oggi la nostra Diva si adora, fu resa Basilica.

(i) In un libretto stampato dal Canonico D. Ottavio Coda si legge, una tela Immagine esser stata dipinta da S. Luca sopra un tavolo di Cedro, o di Cipresso, ovvero di Lauro.

(k) Il Canonico D. Ignazio Fusco, e due probi Cappuccini per ordine di Monsignor Sorentino Vescovo di Troja, fatta osservazione, confessarono aver ravvisata dipinta in quel legno la figura di Maria SS. in forma di essere assunta in Cielo.

(l) Sempre così è stata adorata la da noi lodata Effige, e chi esaminerà bene la Cronologia dei Tempi, ritroverà che l’Icona-Vetere è stata venerata da nostri maggiori non prima del Secolo VIII, o al più IX. E forse cominciò il vero culto verso di Lei da quel tempo che fu portata al Gufo, dico in quel luogo dov’è oggi la Parrocchiale Chiesa di S. Tommaso Apostolo.

(ved. anche La Madonna dei Sette Veli)