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Vecchie cantine ed osterie

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Qualche giorno fa, trovandomi in   un paesino del nostro magnifico Subappennino, mi sono soffermato a guardare alcuni uomini anziani, seduti intorno ad un vecchio tavolino all’interno di una bar-cantina, intenti a giocare al “tressette” e circondati da un rilevante numero di bicchieri, più o meno colmi di vino.  Era evidente come  il   “frutto di Bacco”  fosse la “posta” del gioco delle carte. Ma quello che più mi ha colpito  è  stato l’insieme del luogo e dei personaggi che hanno riportato alla memoria   le osterie e le cantine di una volta: unici luoghi di trattenimento dopo sfinite giornate lavorative tra i campi o nei pascoli.

Ve ne erano dovunque: nei centri più piccoli e sperduti, sino alle grandi città.  Al nord come al sud, anche se da noi   più numerose e caratteristiche.

Specie dopo la guerra e con l’occupazione alleata, ci fu un gran proliferare di questi luoghi dove ,con pochi soldi, si poteva bere e anche mangiare.  Dopo la partenza degli alleati il   numero di questi locali diminuì. Molte cantine, prima frequentate dai soldati e ufficiali   dovettero chiudere i battenti: Quelle rimaste, specie a cavallo degli anni 50/60, divennero   i luoghi di intrattenimento preferiti, da giovani e anziani,  i quali le ricordano ancora con tanta   nostalgia.

A Foggia le “cantine” erano diverse ed alcune diventarono   molto famose. Erano quasi sempre situate in vecchi locali dalle volte alte;  rimesse a nuovo alla meglio.  All’esterno, sul vecchio intonaco, veniva apposta l’insegna: “Osteria” o, più semplicemente: “Vino”.  Non mancavano piccole cantine che venivano aperte nei sotterranei o grotte. In questi luoghi, tra abbondanti bevute di buon vino, stuzzicate dai piatti tipici della nostra terra,   si intrattenevano i nostri concittadini,   dal pomeriggio  sino a tarda sera,  seduti ai tavoli,  che nelle calde serate foggiane occupavano lo spazio antistante dei locali.  Facevano lunghe partite con mazzi di carte oramai  consunte dal tempo. Illuminate della luce fioca d’un   lampione, da una piccola lampadina  e  spesso dalla fiamma sul grande focolare, a volte, specie nei piccoli Paesi ,  sembravano luoghi misteriosi dove si ardivano complotti.

In alcune cantine non mancavano improvvisati musicisti o “canori” che allietavano le serate. L’oste,  vero deus ex  machina, fulcro dell’osteria e della cantina, se  ci sapeva fare riusciva a rendere piacevole e attraente anche un tugurio; sempre indaffarato e pronto a riempire i bicchieri non appena li “adocchiava” vuoti; burbero e scortese se era necessario per allontanare avventori “indesiderati..”  L’arredamento  delle cantine e osterie, a volte spartano, ma caratteristico e quasi uguale ovunque, contribuiva poi  a rendere l’ambiente unico.  Il tino in legno, i grossi imbuti appesi ai muri, i boccali di varie misure (il quartino era quello più utilizzato   e la misura più richiesta);  i bassi e lunghi mobili in legno che   contenevano bicchieri, piatti , posate e tovagliame;   non mancavano mai i “santini” della Madonna dei Sette veli , dell’Incoronata e dei vari protettori, a volte infilati, uno dietro l’altro, negli angoli delle cornici dei quadri affissi alle pareti. Le “cantine” erano anche i luoghi dove, come nelle barberie, si usava il “chiacchiericcio”: i clienti   si scambiavano   e raccontavano episodi, aneddoti, fatti più o meno privati non disdegnando il vero e proprio “taglia taglia”, come si dice ancora oggi.

Erano frequentate, in sostanza, da  un insieme di avventori eterogenei: di diversa estrazione sociale, diverso credo politico, si ritrovavano  nel medesimo posto semplicemente  perché  li si trovano bene e perchè stavano bene insieme. La vera osteria era aperta a tutti senza distinzioni di sesso, di razza, di culto o di capacità.  Non mancava no, purtroppo, nelle cronache del tempo, anche episodi di risse e ferimenti,    sovente dovuti allo stato di ubriachezza prodotto dalle ore trascorse a giocare e bere vino.

Nella nostra città tra le cantine e osterie che oggi ancora si  ricordano, vi erano in particolare: l’Osteria “Matarrese”, vicino alla piccola chiesa di San Lorenzo: un ritrovo un po’ più “elegante” per quei tempi, dove si organizzavano anche delle giornate di festa. E si mangiava molto bene.

Una delle cantine più antiche di Foggia, fu La cantina di “Pesanticchio”, il cui titolare, piccolo e panciuto, si chiamava Michele Notariello; era situata nel cuore delle Croci   e… dei crocesi.  Si mangiavano tradizionali piatti poveri, fatti con le lumachelle, le verdure di stagione, il grano arso e ottime frittelle.

C’era poi, la mitica e indimenticabile cantina di “Peppuzzo”, in via Manzoni, che ha visto passare tra i suoi tavoli foggiani di ogni posizione sociale e di ogni età, ma anche   tanti forestieri che giungevano nella nostra città.  La cucina e i vini erano ottimi e così anche il personale educato e disponibile. Era sempre piena   e l’estate   non bastavano i suoi ampi locali e nemmeno i tavoli all’aperto per accogliere i tanti avventori, attratti dal profumo dei piatti che si preparavano e, in particolare, dalla frittura di fresche agostinelle.

Altro locale molto frequentato e ancora oggi ricordato era la cantina di “Mariuccia Zincone”, dietro la chiesa di Santo Stefano. Locale preferito dagli impiegati pubblici e delle banche, scelto per l’ottimo vino di Taurasi che veniva servito.

In Via Santa Maria della Neve c’era invece  l’osteria   “Colla de Santis” e, in Corso Giannone il famoso “Papone”.

Vicino all’ex mercato Ginnetto, precisamente in Via Barra, si ricorda l’osteria “Tomasino” dove si andava perché si mangiava molto bene e si spendeva poco.  Con meno di una lira si poteva avere un pranzo completo fatto di ottime pietanze locali.

Col passare del tempo, accanto alle vecchie insegne poste all’esterno dei locali, che richiamavano gli avventori, cominciarono ad essere apposte quelle pubblicitarie della Coca Cola, il famoso “chinotto”  Bitter e l’ aranciata San Pellegrino e fecero la loro comparsa  le  locandine  in lamiera che pubblicizzavano i primi gelati confezionati. Accanto alle botti di buon vino, poste sul retro del bancone iniziarono a far capolino le bottiglie di liquori e alcoolici:   l’immancabile “VOV”, il Rosso Antico, la Strega, la Vecchia Romagna, il Rosso Antico e tante altre.   Immagini e luoghi di altri tempi ,  quando bastava davvero poco per essere felici.

(Salvatore Aiezza)